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Consulenze inutili senza prededuzione

L’ammissione alla procedura di concordato preventivo è condizione necessaria per il riconoscimento della prededuzione ai crediti professionali sorti in occasione e in funzione della procedura stessa (articolo 111 della legge fallimentare).
È quanto ha deciso il giudice delegato del Tribunale di Rovigo il 14 maggio 2015, n.12698 (giudice: Martinelli), nel corso della verifica di un credito professionale insinuato nel successivo fallimento, riconoscendo allo stesso il solo rango di credito privilegiato e negando la prededuzione per mancanza di funzionalità, ovvero di utilità per i creditori, della prestazione resa.
Prosegue pertanto l’alternanza interpretativa sul trattamento da riservarsi nella successiva procedura fallimentare ai crediti per le prestazioni eseguite dai professionisti al fine di predisporre e depositare la proposta concordataria.
Le diverse interpretazioni
Sono due le tesi a confronto. Una, che valorizzando la natura dell’obbligazione del professionista, quale obbligazione di mezzi, ritiene che la strumentalità alla presentazione del piano sia di per sé sufficiente a far riconoscere la prededuzione nell’ambito della successiva procedura fallimentare (Cassazione 2264/2015).
La Suprema corte afferma che «la lettura dell’articolo 111, comma 2, secondo cui, ai fini dell’ammissione in prededuzione, la nozione di funzionalità implicherebbe comunque la valutazione dell’inerenza delle prestazioni alle necessità risanatorie dell’impresa e all’esistenza di un vantaggio per i creditori, finirebbe con lo svuotare la norma di significato, dato che dalla sopravvenuta dichiarazione di fallimento si dovrebbe necessariamente presumere la mancanza di utilità per la massa di attività svolte in funzione dell’ammissione al concordato preventivo».
L’altra tesi, più restrittiva, afferma che in mancanza di utilità per la massa creditoria è da escludere che la prededuzione possa essere riconosciuta. L’utilità delle prestazioni nei confronti della massa trova quale limite di sussistenza quanto meno nel risultato minimo di ammissione alla procedura concordataria.
La questione ruota attorno al significato da attribuire ai termini funzionalità e strumentalità delle prestazioni, laddove la tesi esposta dalla Suprema corte individua una sostanziale coincidenza tra le due.
Meno sfumata invece l’interpretazione del giudice veneto che ritiene tale coincidenza semantica tra funzionalità e strumentalità non condivisibile, poiché la funzionalità presuppone la strumentalità, ma non si esaurisce in essa, ed enfatizza il principio dell’utilità per i creditori.
Le conseguenze pratiche
Dal punto di vista pratico se il piano, la proposta e l’attestazione svolgono la funzione strumentale, ossia sono lo strumento attraverso il quale il ricorrente richiede di accedere alla procedura di concordato, la funzionalità delle prestazioni dei professionisti incaricati di predisporre tali strumenti è individuata da un piano, una proposta e una attestazione, che siano idonei a condurre il ricorrente all’ ammissione concordataria. Tale funzionalità costituisce quindi il presupposto indefettibile affinché tali prestazioni siano utili per la massa creditoria.
Nel caso affrontato dal tribunale veneto, le prestazioni professionali strumentali rese per l’elaborazione del piano non manifestavano carenze, ma il piano era da ritenersi inidoneo, ovvero non funzionale, all’ammissione alla procedura sulla base della valutazione giuridica effettuata dal Tribunale in quanto prevedeva la falcidia dell’Iva in contrasto con i principi in materia espressi dalla Corte di cassazione.
Tali considerazioni hanno condotto il collegio ad affermare che la prestazione debba sì essere retribuita e al contempo goda del relativo privilegio previsto dal Codice civile, tuttavia la prededuzione, può essere negata in virtù della mancanza di funzionalità, ossia di utilità per i creditori.

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