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«Consorzi d’Italia, così si crea lavoro»

«I consorzi si mettono insieme. In un’unica aggregazione che superi le tante realtà provinciali. Per ottenere economie di scala, per riorganizzare i network agricoli e per creare lavoro, di qualità e giovanile con nuove competenze». Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi (la società agricola) e di BF (la holding quotata), dalla scorsa estate è anche consigliere di Cai, Consorzi agrari d’Italia, la nuova avventura, che aderisce a Filiera Italia, a cui si sono già aggregati il Consorzio agrario dell’Emilia, dell’Adriatico, del Tirreno e del Centro-Sud. Tra i grandi mancano soltanto il Consorzio agrario Terrepadane e quello del Nordest, ma «prevediamo l’allargamento della base azionaria, nel rispetto della mutualità che significa avere come faro l’interesse generale dell’agricoltura italiana», aggiunge Vecchioni.

Come nasce l’idea di Consorzi agrari d’Italia?

«Il gruppo BF coniuga da sempre la terra con l’industria alimentare. Ora, con Cai, di cui rappresenta il motore imprenditoriale, punta a rafforzare la rete al servizio degli agricoltori. Nei prossimi anni dovremo difendere il suolo come patrimonio comune per salvaguardare il lavoro degli agricoltori. E creare valore per gli azionisti che guardi anche alle future generazioni. Questo dovrà essere il senso di Cai: rilanciare i consorzi agrari, che hanno avuto un passato in cui non sempre questo obiettivo è stato colto, e creare lavoro di qualità».

Che tipo di lavoro e con quali numeri di occupati?

«Il nostro obiettivo è che gli agricoltori diventino sempre più protagonisti in una filiera che anche i recenti lockdown hanno evidenziato come fondamentale nella nostra vita. La terra, quindi, va preservata e deve produrre lavoro. Anche lavoro nuovo, con le digital farm o la blockchain, intesa come controllo di filiera. Io penso che, con questi presupposti, nei prossimi 5 anni il lavoro in agricoltura e nella filiera alimentare possa crescere a due cifre, dal 15 al 25%, dagli attuali 800-900 mila addetti. Ciò che contano sono i progetti e le risorse. E la voglia di reagire senza farci prendere dallo sconforto del momento drammatico che stiamo vivendo».

In 5 anni i posti in agricoltura potranno crescere fino al 25%

Progetti e risorse. In concreto a cosa si riferisce?

«Quanto ai progetti, mi riferisco a quelli che coinvolgono nuove competenze e nuove figure professionali: non solo agronomi, ma biologi responsabili del food, come in parte già avviene nella nostra azienda a Jolanda di Savoia. Quanto alle risorse, il progetto Cai poggia oggi su una rete che produce oltre 407 milioni di ricavi annui e conta più di 11 mila soci, agendo come un vero e proprio “hub” per il collocamento delle grandi produzioni e giocando un ruolo da protagonista nella prossima transizione ecologica del Paese. E, si badi, unendo soggetti che si sono distinti negli anni per la piena sostenibilità economica, tutti in bonis».

Soggetti che presto aumenteranno nel numero.

«Sì, puntiamo a coinvolgere altri consorzi, anche a breve, a Nord come a Sud».

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