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Consorzi, attività in proprio ok

La società consortile può svolgere un’attività commerciale in proprio, oltre a fungere da mandatario senza rappresentanza per le società consorziate. I profili fiscali relativi all’assegnazione e all’esecuzione delle commesse devono essere valutati caso per caso e sono appannaggio del giudice di merito. Tuttavia, quando le prestazioni sono fatturate a terzi dal consorzio ma eseguite dalle consorziate, sono queste ultime a dover fornire la prova della ripartizione dei ricavi, dimostrando al fisco che l’eventuale «surplus» addebitato dal consorzio al cliente finale non rappresenta un proprio ricavo, oppure costituisce un costo (provvigione). È quanto hanno stabilito le Sezioni unite civili della Cassazione con la sentenza n. 12190/2016, depositata ieri, risolvendo un contrasto giurisprudenziale aperto dal 2011. Il caso originava da un accertamento Iva a carico di una società, aderente a un consorzio di imprese attive nell’installazione e manutenzione di impianti civili e industriali. Il consorzio, nelle proprie fatture verso il terzo committente, aveva operato un ricarico sugli importi fatturatigli dall’azienda consorziata, esecutrice dei lavori. L’Agenzia delle entrate contestava l’indebita compensazione tra i ricavi che il consorzio avrebbe dovuto trasferire alla consorziata e il contributo che quest’ultima doveva al consorzio per il suo funzionamento. A giudizio dell’amministrazione finanziaria, tale condotta contabile comportava la mancata evidenziazione di parte dei ricavi percepiti dalla società consorziata. L’impresa faceva ricorso e otteneva ragione dalla Ctp Torino, prima, e dalla Ctr Piemonte, poi. L’ufficio impugnava la decisione d’appello per Cassazione. I giudici di merito avevano infatti ritenuto che il margine addebitato dal consorzio al cliente rappresentasse legittimamente il risultato dell’attività d’impresa svolta in favore delle singole aderenti.

Nel corso degli anni la sezione tributaria della Cassazione ha però emesso verdetti contrastanti circa il ribaltamento di ricavi e costi tra consorzio e imprese. Un primo indirizzo giurisprudenziale, fondato sulla funzione mutualistica, negava che il consorzio potesse avere alcun vantaggio economico, anche laddove costituito in forma societaria (cfr. sentenze nn. 13293 e 14782 del 2011). Un altro filone interpretativo era invece incentrato sull’autonoma soggettività giuridica e fiscale del consorzio rispetto alle singole imprese associate (Cass. nn. 24014/01).

Ieri l’ultima parola delle Sezioni unite, che sanciscono la possibile coesistenza della causa mutualistica con lo scopo di lucro. Anche se gli effetti tributari devono essere valutati caso per caso. «Nel rispetto dei principi di certezza, effettività, inerenza e competenza», recita la sentenza, il ribaltamento dei costi tra tutti i consorziati va escluso quando il consorzio «acquisisca una commessa e proceda a un autonomo adempimento della stessa». Viceversa, «si dovrà procedere al ribaltamento di costi e ricavi nel caso in cui il consorzio, pur avvalendosi delle proprie strutture, svolga servizi complementari, comunque connessi al criterio mutualistico di utilizzo del servizio consortile».

Valerio Stroppa

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