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Consolidamento d’acciaio Arvedi, Duferco, Feralpi sono la nuova siderurgia

Ci vuol poco a rallegrarsi per gli ultimi dati disponibili sull’andamento dell’acciaio made in Italy. Nei primi due mesi del 2014, infatti, la produzione è cresciuta del 10,2% sfiorando i 4,3 milioni di tonnellate. E invece bisogna essere cauti. Secondo Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, l’associazione imprenditoriale di settore, si tratta di un rimbalzo tecnico che segue al calo registrato nel 2013 quando la produzione annua (-11,6%) scese a quota 24 milioni di tonnellate, il risultato peggiore dopo il 2009. In ogni caso già i dati di marzo, infatti, registrano un rallentamento della crescita che scende sotto il 10%. E allora? La realtà è un’altra. Fra il 2011 e l’anno scorso la siderurgia italiana ha perso oltre 4,5 milioni di tonnellate di prodotto. Inoltre il comparto si sta dividendo in due “classi” ben distinte. In serie A troviamo un manipolo d’imprenditori lombardi, veneti e friulani che hanno investito in tecnologia puntando sulle esportazioni o su mercati ad alto valore aggiunto. Gente come Giovanni Arvedi, o come Giuseppe Pasini con la sua Feralpi, o ancora Alessandro Banzato di Acciaierie Venete, quindi la bresciana Ori Marten, e la Duferco che fa capo al presidente di Federacciai Gozzi. In serie B, invece, non troviamo solo l’Ilva di Taranto che ai tempi d’oro valeva un terzo di tutta la produzione nazionale o la Lucchini di Piombino che ha chiuso il suo altoforno ormai fuori mercato ma anche quei piccoli produttori che non hanno saputo innovare.

“Oggi in Europa”, osserva Gozzi, “c’è una capacità produttiva di 200 milioni di tonnellate ma la produzione non supera i 145 milioni. E se l’Europa soffre l’Italia non sta meglio, anzi”. Una paralisi che colpisce il tondino, le travi per l’edilizia e molte altre produzioni. A bloccare il rilancio del comparto, spiega sempre il presidente di Federacciai, è il crollo dell’edilizia e la rinuncia a costruire nuove infrastrutture. Dice: “Speriamo che il piano da 2 miliardi per l’edilizia scolastica promesso da Renzi decolli al più presto. Per il nostro settore sarebbe una boccata d’ossigeno senza contare che si tratta di un investimento sulla sicurezza dei nostri figli e dei loro insegnanti”. Di crisi dell’edilizia ne sa qualcosa Giuseppe Pasini a capo di Feralpi: un miliardo di euro di fatturato stimato nel 2013, in calo del 15% sull’anno precedente. Un imprenditore che da tempo si è rimboccato le maniche, Pasini, e ha trovato nuovi sbocchi per i suoi prodotti. Spiega: “Noi abbiamo puntato sull’internazionalizzazione del gruppo; ancora nel 2008 l’export pesava sui ricavi per il 25% ma oggi siamo a quota 55%. Senza contare che abbiamo impianti in altri paesi come la Germania in cui la situazione è ben diversa da quella dell’Italia”. Un’area che si sta rivelando preziosa per Feralpi è il Nordafrica dove l’anno scorso ha esportato 400 mila tonnellate di acciaio per un valore di 200 milioni di dollari. “Proprio in Nordafrica – precisa Pasini – stiamo valutando la possibilità di costruire uno stabilimento per servire un mercato in rapida crescita”. Ad ogni modo si va all’estero anche per comprare aziende. Un bell’esempio è la bresciana Aso Group che ha recentemente acquistato dall’imprenditore italiano Paolo Mennini l’azienda romena Cromsteel Industries raddoppiando così le dimensioni del gruppo che passa dai 160 milioni di ricavi del 2013 ai circa 330 milioni attesi per quest’anno. Accanto all’export e all’internazionalizzazione non mancano i progetti di acquisizioni che hanno come obiettivo il Bel Paese. Emblematico il caso del Caleotto, il laminatoio di Lecco che fa parte del gruppo Lucchini in amministrazione straordinaria. Lo stesso Caleotto per cui si registra l’interesse di una cordata composta dalla Duferco di Gozzi e dalla Feralpi di Pasini. Lo scopo: diversificare la produzione puntando sulla ricca nicchia del filo d’acciaio utilizzato dalle bullonerie e dalle viterie della Brianza e di tutto il Norditalia. Quanto alla Ferriera di Servola, un altro stabilimento della Lucchini, piantato nell’area metropolitana di Trieste, ha suscitato la manifestazione di interesse del gruppo Arvedi. Se tutto andrà bene, quindi, entro giugno l’azienda siderurgica giuliana con l’annessa banchina portuale passerà all’imprenditore lombardo. Ed è proprio il gruppo guidato da Giovanni Arvedi, quasi 2,2 miliardi di ricavi nel 2012, uno degli esempi più avanzati di innovazione tecnologica nel settore siderurgico. Lo conferma la mini acciaieria di Cremona, di sicuro la più competitiva d’Europa per quanto riguarda la produttività, il ridotto impatto ambientale e la qualità dei prodotti. E lo certifica la tecnologia ‘endless strip’, capace di sfornare nastri super sottili a ciclo continuo con spessori inferiori a frazioni di millimetro; un business difeso da oltre 400 brevetti e considerato la nuova frontiera del settore. La nostra siderurgia a forno elettrico, come sottolinea Gozzi, “è senza dubbio la migliore del mondo” però quando si passa all’altoforno iniziano i guai. E se la chiusura del forno di Piombino, troppo vecchio e troppo piccolo per essere competitivo appare inevitabile, il futuro di Taranto, più che mai incerto, preoccupa imprenditori e sindacati. “Quello stabilimento”, spiega Gozzi, “è strategico per il futuro dell’industria meccanica del nostro Paese, che senza l’acciaio prodotto a Taranto rischia di uscire dal mercato”. Poi aggiunge: “Nessuno lo dice ma oggi l’Ilva rischia di fallire. E questo l’Italia non può permetterselo. Ecco perché ci vuole la fine del commissariamento e l’arrivo di un imprenditore che ci metta la faccia, evitando che il patrimonio rappresentato da Ilva venga bruciato”. Nei grafici in questa pagina la fotografia della siderurgia italiana. C’è stata una ripresa a inizio 2014 ma va presa con molta cautela.

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