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Consob-tribunali, niente cumulo

Se la sanzione qualificata come amministrativa sul piano interno è di una severità tale da essere equiparabile a una penale non è possibile avviare un nuovo procedimento giurisdizionale penale dopo quello di natura amministrativa.
Di conseguenza, se la Consob decide una sanzione pecuniaria elevata a cui si aggiunge una misura interdittiva, per manipolazione del mercato, è precluso lo svolgimento di un processo penale per gli stessi fatti nei confronti delle stesse persone. Lo ha deciso la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza fiume depositata ieri con la quale ha condannato l’Italia per violazione del diritto a non essere giudicati due volte per lo stesso reato stabilito dall’articolo 4 del Protocollo n. 7 (ricorso Grande Stevens e altri contro Italia), riconoscendo un indennizzo ai ricorreneti. Non solo. La Corte di Strasurgo ha anche imposto, per la prima volta, l’immediata chiusura del procedimento penale in corso, senza pregiudizio per i ricorrenti.
L’intricata vicenda arrivata sul tavolo dei giudici di Strasburgo ha preso il via da un comunicato stampa emesso dai vertici delle società Exor e “Giovanni Agnelli” nel quale non era stato menzionato un progetto di rinegoziazione di un contratto di equity swap.
L’Ufficio insider trading della Consob aveva contestato la commissione di atti di manipolazione del mercato: erano state decise sanzioni pecuniarie e l’interdizione. La Corte di appello (pronuncia confermata dalla Corte di Cassazione), pur con una diminuzione dell’entità delle misure, aveva confermato il verdetto della Consob.
Intanto, in base a quanto previsto dal Dlgs n. 58/1998, si era aperto anche il procedimento penale. I ricorrenti, che già dinanzi ai giudici nazionali, avevano invocato la violazione del principio del ne bis in idem, si sono rivolti a Strasburgo che, almeno sotto questo profilo, ha dato ragione ai ricorrenti. La norma della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo – ha precisato la Corte – preclude l’esercizio di un nuovo procedimento dal momento in cui è stata resa la decisione della Consob.
Poco importa che il procedimento e la sanzione sul piano interno siano qualificati come amministrativi, se la loro natura ha carattere penale proprio in ragione della severità.
Sul punto la Corte, che ha dichiarato invalida la riserva italiana, non si è limitata a constatare la violazione ma ha chiesto l’immediata applicazione di una misura individuale, ossia la chiusura del procedimento interno (intanto il procedimento si è chiuso comunque per prescrizione).
Nessuna violazione invece del diritto di difesa e del diritto di proprietà per le misure decise dalla Consob. Le sanzioni – precisa la Corte – sono state pesanti, ma l’integrità dei mercati finanziari e la necessità di assicurare la fiducia della collettività nella sicurezza delle transazioni finanziarie costituiscono un obiettivo di interesse generale da tutelare.
Per quanto riguarda il diritto a un processo equo, Strasburgo ha evidenziato alcune lacune del procedimento che non ha assicurato un confronto tra accusa e difesa e non ha garantito il principio dell’equità delle parti in mancanza della fase orale. Dubbi anche sull’imparzialità dell’organo competente interno alla Consob per l’applicazione delle infrazioni, perché l’organo inquirente e quello giudicante si trovano sotto la supervisione dello stesso presidente. Lacune che, tuttavia, sono “sanate” dalla possibilità di ricorrere a un organo giurisdizionale di appello che, però, non doveva svolgere il procedimento in camera di consiglio.

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