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Consob, Tim conferma il ricorso

Il consiglio Telecom conferma la volontà di ricorrere contro la decisione Consob di attribuire a Vivendi il controllo di fatto sulla compagnia. Ma la sorpresa è che a spaccarsi questa volta – non nel merito, ma per questioni cautelari – sono stati i cinque consiglieri di minoranza, con il sì di Ferruccio Borsani, Dario Frigerio e Danilo Vivarelli, l’astensione di Francesca Cornelli e il no di Lucia Calvosa.
Poichè la Consob fa risalire il controllo all’assemblea del 4 maggio quando è stato nominato il consiglio a maggioranza Vivendi – è stato rappresentato nella riunione dal notaio Carlo Marchetti – fare ricorso permette alla società di cautelarsi visto che finora il board non aveva mai denunciato il controllo. Nel merito il lavoro di un comitato interno, composto da consiglieri e manager per approfondire il tema dell’effettiva qualificazione del ruolo di Vivendi, titolare della partecipazione di maggioranza relativa del 23,94%, non risulta essere stato ancora concluso. Mentre invece il collegio sindacale già lo scorso 5 settembre aveva trasmesso alla Consob le conclusioni della sua istruttoria: controllo di fatto francese e applicabilità del principio contabile internazionale Ifrs 10 sui bilanci consolidati. Per i sindaci cioè Vivendi dovrebbe consolidare nel suo bilancio Tim, con tanto di debito che, al netto della cassa, ammonta a circa 25 miliardi. A riguardo, la palla a questo punto è nel campo dell’Amf, l’Authority di mercato transalpina, che dovrà decidere se far valere l’obbligo di consolidamento. Va detto però che l’Amf si era già mossa a fine agosto, quando è stata diffusa la semestrale di Vivendi, aprendo l’istruttoria ancora prima che la Consob trasmettesse le sue valutazioni. L’equazione che i francesi stanno dalla parte dei francesi, insomma, è ancora da provare.
La discussione sul controllo
Le motivazioni della Consob – dettagliatamente argomentate in 22 pagine – fanno leva anche su una serie di elementi fattuali che proverebbero il controllo. In punta di diritto si potrebbe sostenere però che manca il requisito della stabilità del controllo per poter sostenere che sia in mano a Vivendi, che esprime la maggioranza dei due terzi del board, considerato che gli investitori di mercato che hanno in portafoglio i tre quarti del capitale avrebbero i numeri per far passare un’eventuale proposta di revoca del consiglio in assemblea.
Nel merito, mentre è chiaro l’interesse di Vivendi a non fornire del gruppo una rappresentazione contabile appesantita dal debito – visto che solo fino a due anni fa vantavano un tesoretto in cassa dell’ordine di 10 miliardi – non è altrettanto chiaro che interesse sostanziale possa perseguire Telecom a opporsi alle conclusioni della Consob, dal momento che sotto il profilo della governance per ora nulla cambia considerato che la media company presieduta da Vincent Bolloré ha già dichiarato, da fine luglio, l’attività di direzione e coordinamento sul gruppo. Ma appunto la votazione in cda non sarebbe stata su questioni di merito.
L’Asati, l’associazione dei piccoli azionisti-dipendenti, si è schierata dalla parte della Consob. Un «atto dovuto», secondo i piccoli soci, che sottolineano come una situazione come quella che si è venuta a creare con Vivendi non ci sia mai stata in Telecom da quando è stata privatizzata: solo per citare un episodio, Vivendi si è impegnata con la Ue a far sì che Tim ceda la quota in Persidera (i canali del digitale terrestre), prima ancora di informare la società. Asati, nella lettera inviata a cda, Governo e Consob, auspica che «sia chiarito il ruolo di Vivendi e le condizioni alle quali debba rispondere».
Il golden power
Il controllo in questo caso è a prescindere. Venerdì 15 Vivendi ha notificato a Palazzo Chigi la “partecipazione rilevante” assunta in Telecom ai sensi dell’articolo 1 della legge 56 del 2012 che contiene le «norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, nonchè per le attività di rilevanza strategica nei settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni». A quanto risulta, tra oggi e domani dovrebbero esserci riunioni a livello governativo per valutare il da farsi, visto che la tempistica prevista dalla legge è piuttosto stringente: risposta entro 15 giorni, con eventuale proroga massima di 10 giorni se fosse necessario richiedere ulteriori informazioni. Non risultano invece ancora interlocuzioni con i francesi. (Si veda altro articolo in pagina).

Antonella Olivieri

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