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Consob: più certezza sui soci forti

È un concetto scivoloso quello di influenza dominante per qualificare il controllo societario. Ma oggi ineludibile, visto che vi fanno riferimento in maniera decisiva sia il Codice civile sia il Tuf. E allora tanto più opportuna suona la prospettiva di una riforma che, tra l’altro, adegui una disciplina domestica, sostanzialmente ferma (dopo gli interventi del 1974 e del 1991 il Codice civile non è stato più toccato, come pure il Tuf dopo il 1998), all’evoluzione del quadro giuridico comunitario e alle continuamente mutevoli sollecitazioni del mercato.
Da Consob, più volte costretta a intervenire negli anni, da Olimpia/Telecom a Edison, passando per Fondiaria/Sai, per sciogliere nodi intricati e chiarire identità del controllante e natura del controllo esercitato, arriva adesso un’articolata proposta di riforma sintetizzata in sessanta pagine di quaderno (disponibili sul sito della Commissione, www.consob.it) destinate ad agire non solo come suggestione nei confronti del legislatore.
Nel testo si dipana una storia assai problematica, dove il concetto di influenza dominante è stato fonte di forti criticità sul piano applicativo, con conseguenze non di poco conto per gli obblighi di compliance degli operatori e per l’effettiva trasparenza degli assetti di controllo delle società quotate. Con ricorrenti interventi da Consob: tra i più significativi, la comunicazione del 2003 nella quale sono stati definiti alcuni criteri per l’accertamento del controllo di fatto.
Due però, puntando a una revisione normativa, le proposte per restituire stabilità e puntualità. La prima rinvia alla definizione dettata dai principi contabili Ias/Ifrs, con il vantaggio di avere un’unica definizione di controllo per le società quotate, da utilizzare sia per la redazione dei conti consolidati sia per l’applicazione di tutta la disciplina su trasparenza degli assetti proprietari, informativa price sensitive, corporate governance e obblighi in materia di Opa. A giocare contro questa possibilità ci sono però alcuni fattori come il perimetro applicativo, che sembra escludere le società non quotate con partecipazioni anche rilevanti in quotate, e l’ampio margine di discrezionalità lasciato comunque alle Autorità di vigilanza.
Meglio puntare allora su un ambito operativo che fa riferimento alla sola trasparenza informativa del mercato. E, sul fronte del controllo interno, si potrebbe fare coincidere l’influenza dominante con il potere di nomina e revoca della maggioranza dei consiglieri di amministrazione. Una soluzione che è in linea sia con la direttiva Transparency sia con la ricostruzione della dottrina e gli orientamenti interpretativi, sedimentato nel tempo, di Consob stessa. Tuttavia a potere confliggere sono due esigenze: quella di adottare un parametro di stabilità che richiede di prendere a riferimento un orizzonte temporale non breve e quella di tenere conto di un dato di fatto istantaneo come la nomina della maggioranza degli amministratori, sul quale il mercato potrebbe avere una legittima esigenza di accertamento del controllo.
E allora, potrebbe essere qualificato come controllante chi è stato in grado di nominare la maggioranza del cda, ma solo trascorso un anno senza contestazioni, oppure il socio che ha nominato la maggioranza dei consiglieri ma in presenza di dinamiche caratterizzate da elementi di stabilità.

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