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Consob, patti parasociali in calo nelle società quotate

Un peso decrescente dei patti parasociali , con le società controllate da una coalizione di azionisti passate, tra il 2010 e il 2013, da 51 a 38 – a certificare il progressivo disimpegno delle grandi banche dalle partecipazioni rilevanti che hanno contraddistinto fino a poco tempo fa il capitalismo nostrano. A cui si accompagna, di converso, una presenza crescente di investitori “attivi” esteri (private equity, venture capital, fondi sovrani e asset manager), attivi ora in 62 società (contro le 47 del 2010), che fa parlare il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, di «un risveglio notevole» degli investitori d’oltreconfine. «Ci riconoscono come un sistema degno di ricevere investimenti ma è anche una grande responsabilità perché come arrivano questi soldi possono anche andarsene». E ancora, in crescita le società quotate in cui esiste almeno un investitore istituzionale (a fine 2013, 96 pari al 40% del totale) e, strettamente connesso, l’aumento del dissenso generale (il 9,5% nel 2014 contro il 7,1% dell’anno prima) che questi esplicitano in assemblea nel voto sulle politiche di remunerazione (il cosiddetto “say-on-pay”).
Insomma, qualcosa (di positivo) si muove nelle società quotate italiane come documenta il puntuale rapporto sulla corporate governance sfornato ogni anno dalla Consob e presentato ieri, nella sede della commissione, da Nadia Linciano, Angela Ciavarella e Rossella Signoretti. Tuttavia, la strada è ancora lunga. Perché la struttura delle imprese italiane accolte a Piazza Affari continua a connotarsi per l’elevata concentrazione e la limitata contendibilità del controllo. Prova ne è che, a fine 2013, la metà delle quotate è controllata con partecipazioni superiori al 50% del capitale e il 20% con partecipazioni inferiori. Per non dire, poi, dell’esiguo numero delle società che possono essere definite a proprietà dispersa (solo Prysmian, la ex Pirelli cavi, e poche altre hanno imboccato realmente questa strada).?E senza tralasciare il paradosso su cui mette in guardia Massimo?Belcredi dell’Università Cattolica di Milano, che segnala come i pur buoni risultati raggiunti per effetto della legge sulle quote rosa nei cda delle società pubbliche (la 120/2011), con un aumento sensibile della rappresentanza femminile, rischiano di essere svuotati di senso visto che, documenta Belcredi, il 55% delle donne si concentra tra gli indipendenti mentre resta altissima la forbice tra gli esecutivi (dove gli uomini sono il 91%).
I passi da fare sono ancora tanti, dunque. E la tavola rotonda che accompagna la presentazione del rapporto mette a fuoco alcuni di essi, a cominciare dalla necessità di rivedere – lo dice anche Marcello Bianchi, capo della divisione Corporate governance della Consob – la soglia di trasparenza al 2% fissata dalla Consob per le partecipazioni rilevanti che rischia di tener lontani gli investitori internazionali abituati a muoversi con rapidità tra più investimenti. E una qualche riflessione andrebbe fatta, si osserva ancora, sulla normativa che regola l’Opa obbligatoria. Anche qui, è il ragionamento prevalente, bisognerebbe immaginare una maggiore flessibilità a livello statutario che tenga conto delle diverse situazioni, a partire dalla struttura proprietaria delle società.?E poi c’è il nodo del voto multiplo su cui Vegas promette «a breve» l’emanazione del regolamento. «È un meccanismo utile per una transizione indolore dal capitalismo familiare al capitalismo evoluto», aggiunge. Certo non tutti sono entusiasti (al tavolo ci sono anche Gabriel Alsina, per l’Institutional Shareholder Services, e Massimo Menchini di Assogestioni), ma il dado su questo fronte ormai è tratto.

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