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Consob e banche al lavoro sulla Mifid

Il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, ne aveva parlato con molta chiarezza nel corso dell’ultima audizione in Senato: a cinque anni dalla sua entrata in vigore, l’applicazione della direttiva Mifid, quella che avrebbe dovuto garantire un mondo nuovo nei rapporti tra intermediari e investitori (mettendo i risparmiatori al riparo da “tradimenti” del genere Cirio o Parmalat) appare in realtà molto al di sotto delle aspettative, con casi di elusione, inadempienza e violazione della normativa, puntualmente rilevati dalle ispezioni Consob .
Adesso, mentre è in arrivo a livello europeo la revisione della Mifid, l’Autorità di controllo sui mercati e sulla trasparenza ha deciso di chiamare a raccolta gli esponenti dell’industria finanziaria e del mondo accademico in un convegno (che si tiene stamattina a Roma e sarà introdotto dal Commissario anziano, Vittorio Conti) per un confronto diretto sui modi con i quali banche e gestori affrontano uno dei momenti essenziali del rapporto con il risparmiatore: la definizione del suo “identikit” in relazione al livello di rischio finanziario che è disposto ad accettare.
Come si sa, questa identificazione viene svolta dalle banche (che rappresentano l’80% del mercato nazionale dei servizi d’investimento) e dagli altri intermediari attraverso un questionario mirato, appunto, alla rilevazione del “profilo” del cliente. Ma, secondo l’analisi sviluppata in un Position paper da due esperte dell’ufficio studi Consob, Nadia Linciano e Paola Soccorso, in pratica solo il 10% dei questionari possono considerarsi sufficientemente chiari, efficaci e “validi” perchè usano domande precise e identificano univocamente la grandezza da misurare (ovvero la “tolleranza al rischio” da parte di chi vuole comprare un prodotto finanziario); gli altri questionari rilevano indistintamente quelli che in realtà sono una serie di aspetti diversi (attitudine al rischio, capacità di rischio, tolleranza al rischio e obiettivi d’investimento) e risultano anche carenti sul piano lessicale quanto a comprensibilità, sostiene la Consob. «I profili di maggiore criticità– sottolineano le due ricercatrici– riguardano la rilevazione delle esperienze di investimento, spesso affidata all’autovalutazione da parte del cliente e poco orientata a verificare la conoscenza di nozioni di base quali, ad esempio, la relazione fra rendimento atteso e rischio e il principio della diversificazione del portafoglio». L’autovalutazione, in effetti, serve a poco se il risparmiatore tende all’eccesso di fiducia in sè stesso e magari non ha chiaro il fatto che un alto rendimento corrisponde a un rischio elevato o che bisogna evitare di “mettere tutte le uova in un solo paniere”. Per minimizzare le difficoltà di percezione soggettiva del rischio, sottolinea il paper, è necessario che la domanda contenuta nel questionario non distorca il contesto reale: occorre cioè rappresentare la situazione in modo appropriato. Si tratta, insomma, di dare sostanza a un adempimento che altrimenti per lo stesso intermediario finisce con l’essere soltanto un costoso aggravio burocratico, non un momento di “consulenza attiva”.
A conclusioni non dissimili è arrivata, lo scorso mese di luglio, anche l’Esma l’autorità di controllo dei mercati a raggio europeo, che ha impartito agli operatori delle nuove guidelines proprio in materia di adeguatezza tra la tipologia del cliente e il prodotto finanziario proposto.

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