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Consiglio nazionale forense doc

Se, alla luce anche della giurisprudenza della Corte costituzionale, il Consiglio nazionale forense può sollevare questioni di legittimità costituzionale, potrà altresì a maggior ragione, disapplicare atti amministrativi nell’esercizio della propria funzione giurisdizionale. Lo hanno evidenziato le sezioni unite della Cassazione con una recentissima sentenza (n. 2481 dello scorso 31 gennaio). Peraltro, come sottolineato dalle stesse sezioni unite l’illegittimità di un atto amministrativo presupposto può, di regola, essere fatta valere sia in via autonoma, mediante impugnativa principaliter davanti al giudice amministrativo, e sia in via incidentale, sollecitandone la disapplicazione da parte del giudice ordinario nella controversia su diritti soggettivi pregiudicati da atti o provvedimenti consequenziali. I due rimedi, cioè, possono in astratto concorrere, ovviamente con le limitazioni derivanti dalla pregiudizialità del processo amministrativo e dalla formazione del giudicato amministrativo sull’atto a contenuto generale, posto che l’annullamento di un atto regolamentare o di contenuto generale opera con efficacia «erga omnes». In una sentenza dello scorso anno, invece, il Consiglio di stato (sez. VI, 22/3/2016, n. 1164) si è interrogato sul fatto se il Consiglio nazionale forense fosse una «amministrazione pubblica» che adotta «atti amministrativi» lesivi della concorrenza ovvero un’ «associazione di imprese» che potrebbe adottare «decisioni» lesive della concorrenza. La giurisprudenza dello stesso Consiglio di stato ha già avuto modo di affermare che: «L’ordinamento si è ormai orientato verso una nozione funzionale e cangiante di ente pubblico», con la conseguenza che si ammette ormai senza difficoltà che uno stesso soggetto possa avere la natura di ente pubblico a certi fini e rispetto a certi istituti, e possa, invece, non averla ad altri fini, conservando rispetto ad altri istituti regimi normativi di natura privatistica. Questa nozione «funzionale» di ente pubblico, si è sottolineato, «ci insegna, infatti, che il criterio da utilizzare per tracciare il perimetro del concetto di ente pubblico non è sempre uguale a se stesso, ma muta a seconda dell’istituto o del regime normativo che deve essere applicato e della ratio ad esso sottesa». La conseguenza che ne deriva è «che è del tutto normale, per così dire «fisiologico», che ciò che a certi fini costituisce un ente pubblico, possa non esserlo ad altri fini, rispetto all’applicazione di altri istituti che danno rilievo a diversi dati funzionali o sostanziali» (in questo senso, Cons. stato, sez. VI, 26 maggio 2015, n. 2660).

Angelo Costa

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