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Consiglio e patto più leggeri I nuovi assetti di Mediobanca

Si è concluso il cantiere della governance di Mediobanca. Ieri il consiglio dell’istituto guidato da Alberto Nagel ha dato il via libera all’unanimità al nuovo statuto che delinea il rinnovo dell’assetto del governo societario e che sarà votato dai soci nell’assemblea annuale del 28 ottobre, chiamata ad approvare anche i conti. Le nuove regole verranno applicate con il rinnovo del board nel 2017.
Le principali modifiche, che saranno comunicate nel dettaglio oggi e che disegnano uno statuto semplificato, sono in linea con le disposizioni di vigilanza introdotte da Bankitalia nel maggio 2014. Il board di Piazzetta Cuccia sarà più leggero: si passa dal massimo di 23 componenti previsto oggi dal testo statutario (anche se il consiglio attuale è già «dimagrito» a 18) a un tetto di 15.
Anche nella composizione le novità sono rilevanti. I top manager del gruppo presenti nel board passano da cinque a tre. E i posti riservati alle liste di minoranza aumentano da uno a due (che equivale a più di un raddoppio, considerato il diminuito numero di amministratori). Passo quest’ultimo che tiene conto dell’evoluzione registrata dall’azionariato di Mediobanca: grazie anche al collocamento sul mercato nell’ultimo biennio delle quote detenute dai gruppi Groupama, UnipolSai e Generali, che in precedenza avevano in portafoglio rispettivamente il 4,93%, 3,83% e 2%, la quota degli investitori istituzionali (quasi tutti internazionali) sul capitale è salito al 40%. Un’altra disposizione riguarda il presidente, che non avrà più ruolo esecutivo e non potrà più far parte del relativo comitato.
«Sono soddisfatto del lavoro fatto», ha detto Tarak Ben Ammar al termine del consiglio che ieri ha anche approvato in via definitiva i conti dell’esercizio chiuso al 30 giugno con ricavi in aumento del 12% per la prima volta sopra a 2 miliardi, utile salito del 27% a 590 milioni e un core tier 1 al 12%. «Mediobanca è fantastica», ha aggiunto «guardate i risultati e l’andamento dell’azione in un anno» (con un rialzo di oltre il 20%).
Ora i riflettori passano al patto di sindacato, che si riunirà il primo ottobre per prendere atto delle eventuali disdette, comunicabili fino al 30 settembre. Oggi il capitale vincolato è pari al 31,8% e non sono attese uscite di rilievo. È dunque ritenuto probabile che il patto venga rinnovato automaticamente per altri due anni con una quota vicina al 30%. Quota alla quale era peraltro già arrivato al precedente rinnovo e il successivo incremento è dovuto all’aumento della partecipazione detenuta di Vincent Bollorè, oggi con il 7,9% secondo azionista dietro a Unicredit con l’8,6%. Un dimagrimento, con la relativa crescita del flottante e quindi del mercato, che prosegue da anni, visto che nel 2004 la percentuale vincolata era pari al 55%.
La nuova governance, la riduzione del perimetro del patto e la crescita degli investitori esteri fanno parte del resto di un cantiere «permanente», che comprende il passo decisivo verso il core business bancario, con la cessione di partecipazioni e la conseguente liberazione di capitale da destinare al nuovo corso, compiuto con il piano strategico del giugno 2013.
Sergio Bocconi
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