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Consiglio della Cassa depositi, si cambia

« Dobbiamo per forza nominare cinque persone nuove per motivi tecnici, e questo porta a far decadere l’intero Consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti. Pensiamo che gli attuali vertici abbiano fatto un buon lavoro, ma ora si tratta di fare una serie di interventi perché la società sia ancora più forte nelle grandi partite che riguardano questo Paese e non solo». Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, va in televisione, alla trasmissione Porta a Porta, per annunciare che per la Cdp i giochi sono fatti e il vertice è di fatto azzerato. Decisioni concrete, aggiunge, non sono state prese, ma evidentemente poco ci manca. L’annuncio di Renzi — al di là dei termini quali «per forza» e per «ragioni tecniche» — sottintende la precisa indicazione di dimissioni immediate per i 5 consiglieri, rappresentanti del Tesoro, azionista di maggioranza con oltre l’80%. Dimissioni che faranno decadere appunto l’intero consiglio e quindi anche l’amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, sesto rappresentante del Tesoro, ed il presidente, Franco Bassanini indicato assieme ad altri due consiglieri dagli azionisti di minoranza, le Fondazioni di origine bancaria. 
Lo strappo, lo show down del ribaltone, non è avvenuto nel corso del consiglio di amministrazione della Cassa depositi e prestiti che si è riunito in via straordinaria per decidere la sua adesione al fondo salva Imprese. Ma è in questa sede che il governo ha evidentemente verificato la difficoltà di una soluzione concordata verso il ricambio di strategie e vertici della società. Gorno Tempini, che nei giorni scorsi era stato sollecitato a fare un passo indietro dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha comunicato — rivelando di aver inviato a riguardo una lettera al ministro — che non si sarebbe dimesso. Bassanini, che lunedì aveva incontrato Renzi e poi anche il ministro Padoan con i quali aveva avuto un confronto in tutta cordialità, non ha aggiunto nulla. Evidentemente anche lui, comunque, poco propenso a farsi da parte di sua iniziativa. Né hanno parlato di dimissioni gli altri consiglieri presenti, in particolare i rappresentanti del Tesoro che nei giorni scorsi avevano valutato con perplessità l’ipotesi di uscire repentinamente di scena per la possibilità di incorrere in possibili accuse di danno erariale da parte della Corte dei conti.
L’annuncio di Renzi, per nulla atteso dai protagonisti della vicenda, ha comunque spiazzato tutti, facendo giustizia di trattative e soluzioni soft e dimostrando anche che l’eventualità del danno erariale — consegnata già dalla scorsa settimana all’esame degli avvocati — sia stata in qualche modo scongiurata. Ci saranno dunque le dimissioni dei consiglieri di indicazione del governo e secondo le procedure ci saranno 8 giorni di tempo per convocare l’assemblea che dovrà procedere alle nuove nomine. Il binomio di vertice è già stato scelto: Claudio Costamagna andrà a sostituire Bassanini e Fabio Gallia, attuale amministratore delegato di Bnl, prenderà il posto di Gorno Tempini. Con ogni probabilità nella lista del Tesoro ci saranno ancora La Via e Cannata mentre potrebbero entrare altri tre nuovi dirigenti. Con una condizione, che varrà anche per i 3 consiglieri di indicazione delle Fondazioni: nell’organismo dovranno far parte 3 donne, due oltre Cannata per rispettare la legge del 2013 che indica nel 30% la presenza femminile negli organismi di gestione.
Restano in piedi i negoziati tra il Tesoro e Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’associazione delle Fondazioni che da oggi saranno in congresso a Lucca. Le Fondazioni, che detengono il 18,4% del capitale di Cdp, vogliono in particolare ottenere da Renzi e da Padoan garanzie sul mantenimento di redditività del loro investimento. Così chiedono che all’assemblea che sarà presto convocata assieme alle nomine si valutino alcune modifiche allo statuto oltre a quella già ipotizzata per consentire la nomina di Gallia, coinvolto indirettamente nel processo di Trani sui derivati. In particolare chiedono la previsione di maggioranze qualificate nelle delibere sulla destinazione degli utili a dividendi ed anche quella di poter uscire dal capitale in caso di 3 anni senza dividendi. E ciò per tutelarsi rispetto ad un eventuale cambiamento di strategie di Cdp che potrebbe trovarsi ad intervenire nel sostegno delle aziende in difficoltà compromettendo così la formazione di utili e la distribuzione dei dividendi.
Ieri intanto il cda Cassa ha approvato l’adesione — con un ammontare fino a un miliardo — al capitale della società di servizio per la patrimonializzazione e ristrutturazione delle imprese italiane, cioè il cosiddetto fondo salva Imprese. Tale fondo ha l’obiettivo di investire in aziende italiane con adeguate prospettive, ma con temporanei squilibri patrimoniali e finanziari, al fine di ripristinarne la redditività a lungo termine. Si tratta della società-veicolo attraverso il quale il governo Renzi vuole tra l’altro rilanciare l’Ilva di Taranto. Ed è, questo, forse, il primo segnale di come si potrà sviluppare il ruolo della Cassa.

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