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Conflitto di interessi, il 22 giugno alla Camera

Decadenza o «cessazione del mandato». È quello che rischierà un parlamentare, un ministro o un sottosegretario con un grave conflitto di interessi, determinato da uno status patrimoniale, economico o di possesso di mezzi di produzione influenzati dalla decisione pubblica, e che si rifiutasse di risolverlo affidandosi ad un blind trust o vendendo. Ma a dire l’ultima parola sul suo destino probabilmente dovrà essere il Parlamento.
Questa volta il Pd sembra fare sul serio sul conflitto di interessi, la legge-totem di ogni programma elettorale del centrosinistra, sempre puntualmente disattesa. La conferma dell’accelerazione è venuta ieri dalla capigruppo della Camera, che ha fissato la discussione della riforma in aula per il 22 giugno. Da qui ad allora la maggioranza (e il governo, che per ora lavora sotto traccia) elaborerà un nuovo testo. Cercando dopo le regionali anche un dialogo con 5Stelle e Sel, che dall’inizio della legislatura battagliano per avere la legge. Ma una traccia da ieri esiste già, un brogliaccio in 10 punti che il dem Francesco Sanna ha presentato al comitato ristretto della commissione Affari Costituzionali.
La premessa, condivisa anche dal ministero delle Riforme, è che al contrario dell’attuale legge Frattini, si interviene preventivamente sul conflitto e non quando è già conclamato. Il primo nodo cruciale è quale istituzione dovrà stabilire se c’è o no una situazione di conflitto di interessi. Pd e governo fanno sapere di essere contrari alla creazione di una nuova Autorità, mentre vedono di buon occhio una commissione di pochi esperti a costo zero. Si tratta di uno dei pochi punti che potrebbe salvarsi del testo unificato messo insieme nei mesi scorsi dal relatore Francesco Paolo Sisto (Fi). Un comitato «che potrebbe essere eletto – spiega Sanna – con modalità analoghe ai membri del Csm o della Consulta, avvalendosi an- che degli uffici delle altre Authority ».
Ma i temi più sensibili sono quelli dei filtri e delle sanzioni. Su ineleggibilità e incompatibilità parlamentare la proposta del Pd della Camera è chiara ed analoga a quella del senatore dem Massimo Mucchetti: se oggi è incompatibile solo il titolare o l’amministratore dell’impresa che opera con una concessione pubblica (cosa che ha permesso a Berlusconi ad ogni elezione di conservare il seggio), domani anche chi ha «funzioni di controllo sostanziale» dell’azienda sarà dichiarato almeno incompatibile. A meno che non rimuova il suo conflitto. Come? Le opzioni contemplate dal brogliaccio del Pd sono il blind trust e l’obbligo di vendita. In caso contrario ci sono le sanzioni, assai più severe della legge Frattini. Nella bozza si arriva fino «alla decadenza del mandato parlamenta- re e alla cessazione della carica di governo». La questione è delicata perché chiama in causa le norme costituzionali che regolano l’elezione dei parlamentari e soprattutto il potere di nomina di ministri del presidente della Repubblica. L’idea che si fa strada nella maggioranza è quella di affidare alle aule parlamentari una sorta di voto di sfiducia sui membri del governo che rifiutano di rimuovere il conflitto, e quello sulla decadenza di deputati o senatori (come già avviene con la legge Severino). Infine dovrebbero incorrere nella valutazione del conflitto anche le Authority e i governi locali.
Ma riuscirà veramente il Pd a far approvare alla Camera la legge entro giugno? «Dipenderà dalla scelta delle opposizioni di fare ostruzionismo o meno — spiega il capogruppo in pectore del Pd Ettore Rosato — altrimenti andremo a luglio. Noi rivendichiamo la calendarizzazione del provvedimento e lavoriamo per un testo unificato di maggioranza, ma speriamo in una intesa anche con 5Stelle e Sel. Discuteremo in maniera aperta per trovare una soluzione condivisa ».
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