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Conflitti e ideologie pesano Un’organizzazione efficiente per spingere il nuovo corso

Tutto tutto niente niente? Ad ammucchiare le cose, spiega il comico pensatore Antonio Albanese col suo film di qualche anno fa, «il risultato è zero». E così rischia di impantanarsi prima ancora di partire davvero la riforma della giustizia. Strattonata com’è da una parte e dall’altra sui temi più ideologici, divisivi e ustionanti (separazione delle carriere e non solo) ce la farà mai a raggiungere l’obiettivo prioritario per tutto il sistema economico e tutti i cittadini e cioè quella svolta radicale che chiede l’Europa almeno sui tempi certi e lo smaltimento degli arretrati?

Mah… Se è vero che dopo anni di rinvii c’è assoluto bisogno, come dice Marta Cartabia, di uno «sforzo di realismo» e di uno «spirito di unità nazionale» che spinga i partiti a accantonare il conflitto permanente e ammainare «le bandierine identitarie» perché «la riforma della giustizia è il pilastro su cui poggia l’intero Piano nazionale di ripresa e resilienza» e «se fallisce questa riforma noi non avremo i fondi europei», l’appoggio muscolare di Matteo Salvini ai referendum radicali non aiuta di sicuro. Abbiamo tempi strettissimi per rassicurare l’Ue? Figuratevi se parallelamente al percorso della riforma si incendiasse una campagna referendaria su temi per gli uni o gli altri «intrattabili»… Auguri.

Molto meglio, mentre la giustizia è ancora impaludata in processi drammatici iniziati ventitré anni fa (come quello per i quattro morti dell’alluvione a Messina del 1998) o ridicoli come quello tra due vicine di casa su un sms («Perepè qua qua qua qua perepè») bollato come offensivo, puntare diritto su molte svolte largamente condivise, di buon senso, indispensabili. A partire da una vera accelerazione (non a parole) sulla digitalizzazione del sistema: è mai possibile che ancora oggi ogni documento digitale, per quanto possa esser messo in sicurezza in mille file, debba esser accompagnato da cataste cartacee?

Per non dire delle «carte» chieste ai cittadini. «Le poche ricerche svolte hanno verificato come più della metà delle centinaia di migliaia di utenti che si recano nei Palazzi di giustizia lo fanno per motivi che nulla hanno a che fare con il contenzioso o con procedimenti penali, ma per ottenere o ritirare certificazioni…», spiegano ad esempio i docenti, avvocati, informatici, tecnici, esperti di organizzazione e magistrati firmatari del libro bianco Giustizia 2030. Assurdo: «Il cittadino deve accedere al Palazzo di giustizia solo quand’è strettamente necessario», i dati possono essere recuperati direttamente «grazie alle banche dati anagrafiche, civili e penali» e «va data la possibilità di partecipare ai processi nei possibili diversi ruoli da remoto attraverso gli sportelli di prossimità collegati diffusi sul territorio e connessi».

Prima ancora, anzi, va messo mano proprio alle banche dati. Che risultano ancora in fase di costruzione, non sono collegate l’una all’altra, non si parlano, devono ricorrere per le valutazioni scientifiche all’editoria specializzata. Come si può decidere se investire più uomini e più risorse su questo o quel settore, questo o quel territorio finché «la creazione di una banca dati degli atti conclusivi e delle sentenze rese» non «permetterà uno studio articolato sulla litigiosità emergente, sul sistema di relazioni esistente nella evoluzione del contenzioso nei suoi vari gradi e con la Suprema Corte di Cassazione»?

Conoscono davvero, i magistrati, il territorio dove sono chiamati ad amministrare la giustizia? Prima ancora: accettano davvero il verbo «amministrare»? Per 42 volte, anni fa, in una lettera all’allora ministro Angelino Alfano che gli aveva chiesto come avesse fatto a dimezzare i tempi al Tribunale di Bolzano prima d’esser eletto alla Corte internazionale penale dell’Aja, il giudice Cuno Tarfusser, oggi tra i firmatari con Paolo Abbritti, Pasquale Liccardo e tanti altri di Giustizia 2030, andò a battere e ribattere sullo stesso concetto. E cioè che per «offrire un Servizio Giustizia degno di questo nome al cittadino-utente-cliente» occorreva una «organizzazione aziendale». Con capacità di management (il giudice più illuminato non è detto ci capisca), un bilancio sociale, obiettivi da raggiungere, trasparenza, smaltimento degli arretrati, riduzione delle spese, efficienza, semplificazione…

Temi condivisi dalla gran parte della magistratura. E oggi riproposti in modo ancora più pressante dalla pandemia, dalla crisi economica, dal rapporto 2020 della Banca Mondiale che ci vede al 122° posto (su 190 Paesi) per i tempi e i costi delle controversie giudiziarie: «Il ritorno alla normalità precedente è impossibile ma più ancora non auspicabile — riassume il presidente della Corte di Appello di Brescia Claudio Castelli, tra i promotori delle proposte di riforme —. Anzi, questa tragedia dovrebbe essere una occasione per imporre una radicale accelerazione alla modernizzazione della giustizia».

Alla domanda «com’è possibile che per tanto tempo non vi siate accorti di quanto saliva il debito pubblico?», diversi anni fa, Giulio Andreotti rispose candido al Corriere: «Sa, per molto tempo l’ordinaria amministrazione è stata vista come qualcosa quasi di degradante». Vuoi mettere, «l’arte della politica»? Ecco, qualcosa di simile è successo anche tra i cultori d’una certa idea elitaria della Giustizia. Perché occuparsi dei risvolti economici, ad esempio, di processi interminabili? E Dio sa quanto anche questo, nel mettere in secondo piano le buone pratiche quotidiane, abbia pesato sulla giustizia vera.

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