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Confisca, non basta la promessa

Quando il prezzo della corruzione è stato solo promesso ma non materialmente incassato dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio, non è possibile disporre la confisca né diretta né per equivalente sui beni nella disponibilità degli stessi.
È questo il principio fissato dalla Cassazione con la sentenza della Sesta sezione penale n. 14017 depositata ieri. La pronuncia ha annullato l’ordinanza con la quale il Tribunale di Frosinone aveva invece confermato la misura del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di un pubblico ufficiale accusato di concorso in corruzione continuata per l’esercizio della funzione e aggravata per atto contrario ai doveri di ufficio. “Sotto chiave” erano così finiti un appartamento un’autovettura e un computer.
La Cassazione ha accolto invece il motivo di ricorso che faceva leva sul fatto che la corruzione non si fosse trasformata in una percepimento effettivo di una somma di denaro o di un’altra utilità; per questo, sosteneva la difesa, il tribunale aveva illegittimamente ritenuto di identificare il concetto di prezzo del reato nel valore del compenso promesso al pubblico ufficiale.
Per arrivare a questa conclusione, la Cassazione ricorda che l’articolo 322 ter del Codice penale che disciplina la confisca è stato introdotto nel 2000 per effetto della legge n. 300, sulla scìa di precisi obblighi assunti in sede internazionale, con l’obiettivo di mettere l’autorità giudiziaria nelle condizioni di aggredire il patrimonio dell’autore di reati contro la Pa anche attraverso la misura della confisca per equivalente quando non è possibile procedere alla sottrazione diretta del prezzo o profitto del delitto. Si tratta pertanto, sottolinea la sentenza, di una misura deterrente che si aggiunge a quelle sino ad allora in vigore per colpire gli arricchimenti favoriti dalla commissione di reati quando è difficile individuare con precisione nel patrimonio dell’interessato i beni che del delitto sono frutto o prezzo.
Quanto al reato di corruzione, puntualizza ancora la Cassazione, l’articolo 322 ter opera una distinzione a seconda che si faccia riferimento alla riferimento alla posizione passiva del pubblico ufficiale oppure a quella attiva del corruttore. Però, in un caso e nell’altro, «non par dubbio che sia profitto che prezzo debbano essere materialmente individuabili (si pensi al prezzo della corruzione rinvenuto nelle mani del corruttore che venga sorpreso nell’imminenza dell’incontro con il pubblico agente) ovvero siano stati effettivamente conseguiti dal reato consumato».
La logica alla base della norma è infatti, ricostruisce la pronuncia, a due fasi: in un primo momento occorre procedere all’individuazione materiale delle utilità ottenute grazie alla consumazione del reato e poi, una volta preso atto dell’impossibilità di procedere all’individuazione stessa, solo allora si può procedere alla sottrazione di beni di valore equivalente per raggiungere l’obbiettivo di privare l’interessato dell’indebito arricchimento. Quando però il prezzo della corruzione è stato solo promesso, ma non materialmente incassato e non è individuabile nel loro patrimonio, allora la confisca per equivalente non è possibile perché si tradurrebbe in una misura a elevato contenuto afflittivo in contrasto con la volontà del legislatore che l’ha invece concepita come sanzione che rimedia alla conseguenze dell’arricchimento illegale.

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