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Confisca limitata

di Debora Alberici 

Più difficile sequestrare i beni delle imprese accusate di responsabilità amministrativa. La confisca per equivalente sui beni della società accusata ai sensi della «legge 231» è legittima solo nel caso in cui il profitto del reato sia già stato «monetizzato» e quindi non possono essere sottoposti a misura ablativa i crediti.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 3238 del 26 gennaio 2012, ha annullato un sequestro finalizzato alla confisca su dei terreni oggetto di un preliminare di vendita di una spa accusata di corruzione in relazione a delle licenze di edificabilità.

Contro la misura confermata dal Tribunale delle libertà di Lucca, la spa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando, sotto un primo profilo, l'assenza del «periculum in mora». E poi, unico motivo risultato vincente, lamentando l'applicazione della confisca per equivalente su un credito e quindi su una potenzialità dell'impresa.

La Quinta sezione penale ha accolto la seconda parte del gravame, sottolineando che «il sequestro finalizzato alla confisca per equivalente, disposto in caso di responsabilità da reato degli enti collettivi deve ritenersi illegittimo» quando un'utilità non sia effettivamente conseguita e già nella disponibilità del destinatario. Infatti, «il credito, ancorché liquido ed esigibile, è utilità non ancora percepita, ma soltanto attesa».

Dunque il profitto, contrariamente a quanto sostenuto dai giudici di merito, presuppone necessariamente – secondo Piazza Cavour – una monetizzazione.

In altri termini la Quinta sezione penale non ha condiviso le motivazioni rese dal Tribunale delle libertà di Lucca che aveva confiscato dei terreni oggetto di preliminare di compravendita, nell'ambito di un'inchiesta che vedeva la società indagata per corruzione. «Non conviene il Collegio con l'osservazione dell'attenta ordinanza per cui il profitto non presuppone necessariamente una monetizzazione. Questa era un'affermazione, ricorda il Collegio, fatta dalla stessa Cassazione con l'ordinanza 247115 del 2010 ma che riguardava un caso diverso e cioè la confisca per equivalente disciplinata dall'art. 322-ter c.p., comma 2, non già quella conseguente al sequestro preventivo funzionale alla confisca – ai sensi del dlgs n. 231 del 2001, artt. 19 e 53 – nei confronti di ente collettivo istituto qui interessato. Infatti «è pur sempre necessario che il sequestro costituisca una concreta utilità, non una speranza, ancorché ancorata a un'intesa negoziale». La vicenda in esame, infatti, «attesta come il mancato avveramento dell'evento futuro ed incerto ha screditato di interesse economico la convenzione, privandola di effettivo contenuto di vantaggio». Ora gli atti torneranno in Toscana e i giudici di merito sono chiamati a verificare in concreto «il profitto realmente lucrato, evidenziando la porzione di ricchezza realmente conseguita, sulla quale, poi, può applicarsi la sanzione della confisca».

Anche la Procura generale del Palazzaccio ha chiesto in udienza che il sequestro fosse ridotto ai beni della società e non ai crediti ancora da monetizzare.

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