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Confisca limitata sui reati fiscali

Non è permesso il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ai danni della società per i reati tributari commessi dai propri manager. La confisca è invece possibile (ma nei fatti di difficile concretizzazione nel caso dei delitti fiscali) nei confronti di beni riconducibili al profitto di reato tributario quando il profitto è nella disponibilità della persona giuridica. A queste conclusioni arrivano le Sezioni Unite penali con la sentenza n. 10561 depositata ieri e scritta da Piercamillo Davigo.
La confisca per equivalente per violazioni penali in materia tributaria, possibile solo nel caso che la società stessa sia in concreto priva di autonomia e rappresenti uno schermo attraverso il quale l’amministratore agisce come effettivo titolare, si rivela invece in genere impraticabile. «In una simile ipotesi – avvertono le Sezioni Unite –, infatti, la trasmigrazione del profitto del reato in capo all’ente non si atteggia alla stregua di trasferimento effettivo di valori, ma quale espediente fraudolento non dissimile dalla figura della interposizione fittizia; con la conseguenza che il denaro o il valore trasferito devono ritenersi ancora pertinenti, sul piano sostanziale, alla disponibilità del soggetto che ha commesso il reato in “apparente” vantaggio dell’ente, ma, nella sostanza, a favore proprio».
Nello smontare poi una delle tesi a favore della confiscabilità, quella che fa leva sulla disponibilità dei beni della società in capo all’autore, e quindi sulla concorrenza della società nel reato la sentenza sottolinea che non esiste una responsabilità penale dell’ente ma solo amministrativa sulla base del decreto 231. E sul punto, in ogni caso, determinante è il fatto che nella lista dei reati presupposto per i quali il decreto 231 del 2001 ha introdotto la responsabilità amministrativa a carico degli enti conseguenti a reato non prevede i reati tributari.
Inoltre, la confisca per equivalente non può essere applicata sulla base dell’articolo 322 ter del Codice penale che riguarda solo l’autore del reato, e la persona giuridica tecnicamente non lo è anche se dal reato può avere tratto vantaggio o avere avuto interesse. No anche a un’interpretazione analogica ed estensiva delle misure che permettono la confisca per equivalente visto che le stesse Sezioni Unite ne hanno chiarito, l’anno scorso, la natura sanzionatoria.
Tuttavia le Sezioni Unite mettono in evidenza come la situazione attuale presenti forti elementi di irrazionalità: il mancato inserimento dei reati tributari nel decreto 231 rischia di vanificare, tra l’altro, le esigenze di tutela delle entrate tributarie. Diventa infatti possibile, attraverso l’intestazione alla persona giuridica di beni non direttamente riconducibili al profitto di reato, sottrarre questi beni alla confisca per equivalente rendendo più complicata la possibilità di recuperare beni pari all’ammontare del profitto del reato, quando quest’ultimo è stato nascosto e non c’è disponibilità di beni con riferimento agli autori del reato. Tanto meno spiegabile è poi l’esclusione se si tiene conto che l’autore materiale del reato tributario non può avere operato che nell’interesse della società.
Impossibile poi, osserva adesso la Cassazione, anche la questione di legittimità costituzionale alla luce del secondo comma dell’articolo 25 della Costituzione in base al quale non si può procede a una pronuncia additiva (da parte della Consulta) che abbia come conseguenza effetti costitutivi o peggiorativi della responsabilità penale. Dalle Sezioni Unite arriva così l’auspicio di un rapido intervento del legislatore per inserire i reati tributari tra quelli per i quali è possibile la responsabilità amministrativa dell’ente.

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