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Confisca fuori dal patteggiamento

La confisca dei beni–profitto del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte è obbligatoria anche nel caso di definizione del processo con patteggiamento.
La Terza sezione penale della Cassazione (sentenza 42154/13, depositata ieri) torna sulla questione delle misure patrimoniali applicabili nei reati fiscali per ribadire l’orientamento prevalente e recepito anche da ultimo dalle Sezioni Unite (18374/13).
L’accordo tra le parti per l’applicazione della pena su richiesta, in sostanza, per la Cassazione non può essere esteso alla posta fiscale, su cui né il contribuente né la Procura possono estendere la propria potestà.
A parificare gli effetti della sentenza ex articolo 444 del Codice di procedura penale con il dispositivo letto in udienza, anche agli effetti patrimoniali, è infatti la stessa legge Finanziaria per il 2008 (244/2007, articolo 1 comma 143), che estende la portata della confisca (articolo 322-ter del Codice penale) anche al patteggiamento per i reati fiscali.
La vicenda approdata davanti ai giudici di piazza Cavour riguardava il patteggiamento ratificato dal Gup di Pesaro per quattro imputati, sospettati di aver sottratto alla riscossione coattiva alcuni immobili. I quattro se l’erano cavata con pene al minimo edittale – 6 mesi di reclusione – in alcuni casi sospese e in altri convertite con multe penali o lavoro sostitutivo. Nel ricorso al provvedimento, impugnato anche dagli imputati per aspetti di merito, il Procuratore generale presso la Corte d’appello di Ancona contestava l’erronea applicazione dell’articolo 11 del Dlgs 74/2000 in relazione all’articolo 322-ter del Codice penale e, soprattutto, agli effetti estensivi della Finanziaria del 2008 sul punto.
A giudizio della Terza il comma 143 dell’articolo 1 della legge 244/2007 «impone la confisca senza lasciare spazio alla discrezionalità del giudice» e pertanto l’omissione del giudice dell’udienza preliminare di Pesaro integra una violazione di legge da sanare con un nuovo giudizio. La natura «eminentemente sanzionatoria» della confisca anche nella forma per equivalente, argomenta il relatore, colloca il provvedimento ablativo «completamente al di fuori della disponibilità delle parti». Sul punto, tra l’altro, la giurisprudenza degli ultimi anni è univoca (sentenze 19945/12, 20046/11) e definitivamente cristallizzata nella decisione 18374/13 delle Sezioni Unite.
Proprio in quest’ultimo provvedimento la Suprema Corte aveva obiettato circa la qualicabilità del reato di «sottrazione fraudolenta» come reato di pericolo anziché di danno, spiegando inoltre che «non è revocabile in dubbio che il profitto possa essere costituito da qualsivoglia vantaggio patrimoniale direttamente conseguente alla consumazione del reato» e può dunque consistere anche «in un risparmio di spesa, come quello derivante dal mancato pagamento del tributo, interessi e sanzioni dovuti a seguito dell’accertamento tributario». E in ogni caso in queste ipotesi il danno per l’Erario si verifica già nel momento stesso della definizione del quantum dell’imposta evasa.

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