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Confisca, banca tutelata se il credito è in buona fede

Tutela ampia per gli istituti bancari che hanno concesso crediti su beni successivamente confiscati per mafia (confisca allargata).
La Corte di Cassazione (prima penale, sentenza n. 26527/14 depositata ieri) fornisce un’interpretazione estensiva della legge di stabilità 2013 (n.228/12, articolo 1, comma 194) equiparando gli effetti del procedimento «di prevenzione» mafiosa a quelli «penali». In sostanza, il creditore di buona fede dovrà vedersi riconosciuto, anche all’esito del processo di merito, il 70% dell’ammontare del valore dell’ipoteca.
I fatti da cui scaturiva il ricorso riguardano le sorti di un credito ipotecario, iscritto nel 1985 nell’ambito di un sequestro – divenuto nel frattempo confisca, poi entrata in fase esecutiva – e rinnovato nelle due decadi successive.
Lo scorso anno il Tribunale di Milano aveva dichiarato inammissibile l’istanza della società creditrice, sottolineando che la domanda al pagamento era stata avanzata sulla base della nuova disciplina della legge di stabilità per il 2013. Disciplina che, secondo i giudici ambrosiani, non copre però anche il procedimento penale già definito a monte, ma solo i procedimenti «di prevenzione» previsti dalla prima legge antimafia (n.575 /1965), quandanche già definiti alla data di entrata in vigore della stessa legge di stabilità targata Monti.
La decisione della corte milanese, peraltro, poggiava su una recente sentenza delle Sezioni unite civili (n. 10532/13) secondo cui il «giudice dell’esecuzione» che a norma della legge di stabilità deve verificare le ragioni del creditore è solo il Tribunale competente per le misure di prevenzione. La Cassazione, inoltre, sottolineava lì la mancata occasione per armonizzare la disciplina dei crediti su beni confiscati anche sul versante della confisca (allargata).
Conseguenza di una tale impostazione, scrive invece oggi la Corte, sarebbe una evidente disparità di trattamento tra il creditore in buona fede di un immobile «sequestrato» alla mafia – che si vede garantito in forza di una norma di diritto positivo – e quello che si è visto «confiscare» definitivamente il bene gravato dalla sua ipoteca, che rimarrebbe letteralmente con un pugno di mosche.
Per argomentare l’irrazionalità di una simile conclusione, la Prima penale ripercorre la storia dei due procedimenti, peraltro intimamente collegati. Se nella fase cognitiva c’è un «profilo di pericolosità», in quella esecutiva finale si è di fronte a una ricostruzione «in positivo» della colpevolezza agganciata a reati di mafia (ma non solo mafia, considerato che ormai sono una trentina le fattispecie collegate al 12–sexies della legge 365/92). Resta solo un problema di coerenza normativa, relativo a «chi» deve compiere le verifiche sulla buona fede del creditore ipotecario. Se tale accertamento è già stato fatto, il tribunale deve solo prenderne atto, altrimenti deve verificare se esso stesso, o meno, sia il «giudice dell’esecuzione» chiamato a dirimire la controversia ipotecaria.

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