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Confindustria: gli incentivi non bastano

ROMA — Mentre il governo accelera sulla revisione della spesa pubblica e il supercommissario Francesco Giavazzi avrebbe proposto al premier Mario Monti di congelare tutti gli incentivi alle imprese, la Confindustria lancia l’allarme. Il tutto mentre sul riordino delle stesse agevolazioni, previsto dal decreto per la crescita varato venerdì dal Consiglio dei ministri, emergono incertezze sui tempi di applicazione delle norme.
Attenzione, dice Confindustria, perché le agevolazioni che vanno effettivamente alle aziende non ammontano a 35 miliardi come si dice, ma ad appena 4,5 miliardi. Inoltre, sostiene un rapporto del Centro studi dell’associazione guidata da Giorgio Squinzi, di questi nemmeno 3 miliardi affluiscono nelle casse delle imprese industriali in senso stretto. Si tratta, dice il dossier curato da Alessandro Fontana, di numeri inferiori rispetto alla media europea e dei Paesi concorrenti dell’Italia. Insomma, spiega Luca Paolazzi, direttore del centro studi della Confindustria, «attenti a tagliare ancora, perché rischiamo di diventare l’unico Paese al mondo che non fa politica industriale attraverso gli incentivi». Il problema in Italia, aggiunge, non è l’entità di questa spesa, ma la sua qualità. Il grosso dei soldi (i dati si riferiscono al 2010), cioè 17,1 miliardi, dice Paolazzi, va infatti a sostenere il settore del trasporto pubblico locale e le ferrovie. Stiamo parlando dei fondi pubblici che vanno a compensare il fatto che il biglietto di autobus, tram e metropolitane e quello dei treni pendolari non copre i costi del servizio. Quindi, a ben vedere, secondo Confindustria, sono più sussidi alle famiglie e ai lavoratori, cioè agli utenti del servizio, che incentivi alle imprese.
Quanto ai 4,5 miliardi che, secondo le analisi del centro studi, vanno alle imprese, innanzitutto bisognerebbe togliere dal conto gli incentivi a enti e istituti, dalla Consob all’Enav, dalle scuole e università private alle municipalizzate e agli ospedali privati, che non sono imprese. Infine, dei 3 miliardi scarsi che restano, tolto qualche grande settore, come quello aeronautico, che prende fette consistenti, gli incentivi sono troppo frammentati, sottolinea Paolazzi.
Valutazioni che del resto trovano conferma in un recente monitoraggio svolto dal ministero dello Sviluppo, che ha censito ben 866 tipi diversi di agevolazioni, di cui 51 nazionali e 815 regionali, per un importo medio di 84 mila euro ad intervento. Insomma un sistema dispersivo e foriero di sprechi e abusi. Meglio, quindi, dice Paolazzi «concentrare gli incentivi su ricerca e innovazione» come fanno i Paesi con una politica industriale più attenta.
I 4,5 miliardi di euro di spesa per incentivi che vanno alle imprese, dice il rapporto della Confindustria, rappresentano lo 0,3% del Prodotto interno lordo, contro una media dello 0,6% nell’Unione Europea. La Germania spende per questa voce 15,9 miliardi, pari allo 0,6 del Pil, la Francia 15,4 miliardi (0,8% del Pil). Gli incentivi più efficaci, dice Confindustria, sono quelli automatici.
Il decreto sulla crescita varato venerdì dal Consiglio dei ministri contiene una prima riorganizzazione del sistema. Tutte le attuali 43 leggi con incentivi all’industria sono cassate, per dar vita ad un unico Fondo rotativo con un budget annuo di 2 miliardi che servirà a incentivare i settori che saranno considerati strategici. Solo che, come osservava ieri Il Sole 24 Ore, quotidiano della stessa Confindustria, l’attuazione del decreto sviluppo è rimessa a ben 45 provvedimenti applicativi, in genere decreti ministeriali che dovrebbero arrivare nei prossimi giorni. Curiosamente però per i decreti attuativi del nuovo fondo per gli incentivi non viene indicato un termine. E questo lascia gli imprenditori col fiato sospeso.

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