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Confindustria-Fiat sulla stessa sponda

di Nicoletta Picchio

La domanda la fa lei, direttamente, a Giorgio Airaudo, segretario nazionale Fiom e responsabile auto: «Se malauguratamente, e spero non accada, dovessero vincere i no, quale sarebbe il piano B della Fiom? Si perderebbe l'auto a Torino e l'occupazione». Emma Marcegaglia lo incalza più volte, seduta accanto al sindacalista, nello studio di Porta a Porta, dedicato ieri sera al referendum di giovedì e venerdì alla Fiat di Mirafiori, dal quale dipenderà la decisione dell'ad, Sergio Marchionne, di investire o no a Torino.

Un accordo «importante, che non lede i diritti dei lavoratori», sottolinea la presidente di Confindustria, soffermandosi anche sui rapporti tra la Confederazione e il Lingotto. «Siamo sulla stessa sponda». E spiega perchè: «Dopo dieci anni in cui non si è parlato di relazioni sindacali Confindustria nel 2009 ha siglato un accordo su nuovi assetti contrattuali con Cisl e Uil, sotto l'occhio attento del governo. In questo accordo è prevista la possibilità di deroghe al contratto nazionale, che vanno rispettate con sanzioni, per imprese e lavoratori». È già stato avviato un percorso di riforma delle relazioni industriali, «senza la Cgil, che non ha voluto firmare».

Ciò dimostra, ha continuato la Marcegaglia, «che guardiamo avanti, come la Fiat. Ed è sbagliato dire, come ho sentito in questi giorni, che Confindustria è conservatrice e Fiat innovatrice». Il fatto che le due newco di Pomigliano e Mirafiori oggi siano fuori da Confindustria per la presidente è temporaneo: «Quando faremo il contratto dell'auto con certe caratteristiche, dovrebbero rientrare».

Niente polemiche, quindi. È l'investimento e l'occupazione che secondo la presidente degli industriali, è il tema prioritario, come hanno sottolineato anche gli altri ospiti della trasmissione favorevoli all'intesa, Luigi Angeletti, leader della Uil, una delle confederazioni firmatarie, e il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi.

Airaudo è convinto che, se dovessero vincere i no, la Fiat non sposterà i suoi investimenti fuori dall'Italia: «L'effetto sarà di riaprire la trattativa». Ma non lo pensano nè la Marcegaglia, nè Sacconi. «Forse non abbandonerebbe del tutto il paese, ma Mirafiori sarebbe la seconda vittima designata dopo Termini Imerese nella razionalizzazione di un gruppo che ormai è una multinazionale».

Un rischio serio anche per la presidente di Confindustria: «Penso e spero che vincano i sì. Sbaglia chi dà per scontato che la Fiat non sposterà all'estero la produzione italiana. Le aziende sono libere di decidere dove investire, noi non attraiamo investimenti esteri ed anche le imprese italiane investono poco per i problemi dell'Italia, che vanno dalle relazioni industriali alle infrastrutture e alle altre questioni strutturali». Insomma, «andare a vedere il gioco di Marchionne sarebbe una follia». E se Airaudo si è rivolto a Marchionne dicendo «non è un Dio, non è infallibile, vorremmo sapere i numeri del piano industriale» la Marcegaglia ha parlato agli «amici della Fiom» affermando che «nel mondo le cose vanno così, o si sta nella competizione internazionale o si esce dal mercato. La Fiom accetti l'accordo e chieda in cambio più chiarezza sugli investimenti».

In trasmissione Renato Mannheimer ha presentato un sondaggi su come voterebbero gli italiani: il «sì» vincerebbe con il 56%, una percentuale che sale all'80% tra i simpatizzanti del centro-destra, mentre tra quelli di centro-sinistra il «no» vincerebbe, ma solo con il 56%, a riprova delle divisioni del Pd e dintorni. Quanto ai contenuti dell'accordo, per la Marcegaglia si fa riferimento «agli standard internazionali». Non si ledono diritti, si punta ad una maggiore produttività, con aumenti di salario.

Infine, il timore che, dopo le scritte con le stelle a cinque punti a Torino, ritorni il terrorismo: «Non c'è il rischio di un ritorno su vasta scala – ha spiegato Sacconi – ma che pulviscoli si concentrino su obiettivi singoli e non protetti».

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