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Confindustria: Bonomi eletto e già all’attacco “Governo in ritardo sul riavvio”

ROMA — Lo va ripetendo da quando è iniziato il lockdown che ha fermato una buona metà delle fabbriche. E che, con l’aggiunta delle attività commerciali, costa 47 miliardi al mese, pari al 3,1% del Pil italiano. Lo ha ribadito nel discorso con cui, di fatto, ha inaugurato i suoi quattro anni di mandato come presidente di Confindustria. «Occorre una soluzione per la Fase 2, bisogna riaprire le produzioni, perché danno reddito e lavoro. Bisogna farlo in sicurezza, per evitare una seconda ondata che porterebbe a nuove misure di chiusura che sarebbero drammatiche».
Carlo Bonomi, imprenditore del settore biomedicale nonché presidente di Assolombarda dal 2017, è stato eletto ieri al vertice della principale delle associazioni degli imprenditori italiani. Che arrivi dalla regione più martoriata dal virus, la più colpita dai contagi, è un caso: la sua candidatura è stata annunciata agli associati a novembre, per quanto ci lavorasse da tempo. Non è un caso, invece, che dopo aver incassato 123 favorevoli (contro i 60 della sua sfidante Licia Mattioli, piemontese e vicepresidente uscente) le sue prima parole siano state per lo più dedicate alla riapertura delle attività economiche.
Lo ha fatto attaccando il governo con un linguaggio diretto, senza mediazioni di tipo politico, a prima vista senza ammiccamenti consociativi. Come ha già abituato in questi anni alla guida di Assolombarda, la più importante (e non solo per Pil prodotto) delle associazioni territoriali. Con uno stile pragmatico, dritto al punto: lombardo per l’appunto. Poter «riaprire in sicurezza» è la grande emergenza del momento ha detto dopo il voto che lo ha designato come il candidato che verrà eletto ufficialmente nell’assemblea generale del 20 maggio. Secondo Bonomi «non possiamo più permetterci di perdere tempo» e per conto di Confindustria ha rivendicato un posto «al centro del tavolo in cui la politica decide il metodo delle prossime riaperture economiche».
Entrando nel concreto, non ha nascosto tutta la sua delusione per un governo che — a suo dire — di decisioni non ne avrebbe prese poi molte: «Non abbiamo ancora dispositivi di protezione distribuiti in massa, non abbiamo tamponature a tappeto, non abbiamo indagini a cluster della popolazione sulla concentrazione dei contagi, né test sierologici sugli anticorpi, né tecnologie di contact tracing. Su queste basi abbiamo bisogno di una diagnostica precoce che ci consenta riaperture estese, sulla base di misure restrittive concentrate, invece, dove servono e dove sono giustificate».
Allo stesso modo, Bonomi non ha risparmiato critiche anche all’intemerata del presidente Attilio Fontana che l’altro giorno ha chiesto una sorta di corsia preferenziale per le riapertura della Lombardia: «Non possiamo più rinviare decisioni che devono essere chiare e con tempi rapidissimi, ma senza calendari diversi da Regione a Regione».
Secondo il nuovo leader degli industriali, una parte dei ritardi è colpa dei troppi tecnici di cui si circonda Palazzo Chigi. «Vanno benissimo i comitati di esperti, ma la loro proliferazione dà il senso della politica che non sa dove andare e non ha idea della strada che deve percorrere questo Paese. Aprirne uno a settimana senza chiare attribuzioni non può essere uno scudo dietro cui nascondersi ».
Bonomi ha così parlato di una «grande occasione» per cambiare l’Italia. Perché l’alternativa «sarebbe devastante: il tempo, che è nostro nemico, rischia di disattivare la nostra presenza a livello internazionale. Il mondo ripartirà trainato da chi sarà protagonista». E con troppi ritardi, l’Italia potrebbe perdere l’appuntamento.

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