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Confidi è d’obbligo ristrutturarsi

di Duilio Lui  

Meno operatori sul mercato, ma con spalle più robuste. I Confidi sono nel pieno di una trasformazione epocale, un percorso obbligato per non finire gambe all'aria. Perché, se è vero che la fase più dura della crisi è ormai alle spalle, è pur vero che i consorzi negli ultimi due anni si sono fatti carico di situazioni a elevato rischio di default e non possono guardare con serenità al medio termine, senza rafforzare la propria patrimonializzazione.

Erogazioni ancora in crescita. Non sono realtà nuove nel mercato italiano, ma fino al pre-crisi i Confidi avevano assunto un peso limitato. È stato con l'avanzata della recessione che il loro ruolo si è fatto sempre più centrale, soprattutto per la capacità di sostenere il mondo produttivo anche nei casi in cui gli istituti di credito si mostrano più prudenti. Il consuntivo 2010 non è ancora disponibile, ma le stime di Crif indicano erogazioni in crescita di circa il 2,1% rispetto al 2009. E il dato assume un valore ancora maggiore se si considera che tra il 2008 e il 2009 c'era già stato un balzo in avanti del 18,5% (per un totale di 7,44 miliardi di euro distribuiti a 684mila tra piccole imprese e artigiani), secondo quanto rilevato da Fedart Fidi, la Federazione Nazionale Unitaria dei Consorzi e Cooperative Artigiane di Garanzia promossa da Confartigianato, Cna e Casartigiani.

Il consolidamento in atto. La crescita dell'ultimo biennio ha probabilmente colto di sorpresa gli stessi consorzi, per lo più di piccole dimensioni e concentrate in zone di influenza geografica limitate. «I Confidi hanno giocato un ruolo importantissimo durante la crisi, ma questo li ha portati ad assumersi rischi ben maggiori rispetto alla media di mercato, cosa che ora impone un loro ripensamento», analizza Davide Capuzzo, analytics director di Crif Decision Solutions. «Non è in discussione la loro esistenza futura sul mercato», prosegue, «perché il loro intervento a fare da cuscinetto tra le richieste di liquidità che arrivano dalle aziende e la necessità di garanzie sollevate dagli istituti di credito è un valore aggiunto per tutto il sistema. I dubbi nascono dal fatto che una quota importante dei capitali impiegati potrebbe non rientrare, tra aziende che sono fallite e altre che restano in grave difficoltà. A quel punto molte delle realtà esistenti potrebbero faticare ad andare avanti».

Il deficit di patrimonializzazione. «Verosimilmente questo processo è destinato a durare a lungo», commenta Marco Nicolai, direttore generale di Finlombarda, che ha messo in piedi un osservatorio sull'evoluzione dei Confidi. «Stiamo ultimando la ricerca, ma abbiamo già in mano qualche elemento di rilievo, a cominciare dai numeri: oggi i consorzi attivi sono 472 su un totale di 673 iscritti. Pochi anni fa erano oltre un migliaio».

L'evoluzione è spinta anche dalle innovazioni normative: la Banca d'Italia obbliga i Confidi più grandi, per requisiti patrimoniali e volume di attività finanziaria (75 milioni di euro) a divenire intermediari finanziari ex art. 107 del Testo Unico Bancario. Un passaggio che comporta un minor assorbimento del patrimonio di vigilanza delle banche, con vantaggi per le imprese garantite. «Molti consorzi hanno fatto richiesta per ottenere questo status», spiega Capuzzo, «ma le nostre rilevazioni ci dicono che a ottenerlo sono stati solo in 107».

Per Nicolai, il processo di integrazione è destinato ad accelerare nei prossimi medi: «Guardando ai fondamentali di mercato, nella Penisola c'è spazio per poco più di un centinaio di operatori», spiega. «Occorrono dimensioni mediamente più grandi per fronteggiare la rischiosità del mercato e generare economie di scala. La grande crisi ha modificato i parametri del mercato e ora anche i Confidi non possono fare a meno di acquisire metodi di analisi più sofisticati e competenze più avanzate: due elementi che costano e sono accessibili solo dalle realtà che riescono a spalmare i costi di struttura potendo contare su dimensioni adeguate».

Oltre al deficit di capitalizzazione, Nicolai pone l'accento sulla questione della patrimonializzazione «che colpisce in misura maggiore i consorzi del Nord rispetto a quelli del Mezzogiorno. Un tema che impone una rapida ristrutturazione del sistema, anche alla luce delle nuove regole in arrivo con Basilea III». Il percorso di cambiamento per il direttore generale di Finlombarda richiede un ruolo più organico da parte della pubblica amministrazione: «Finora le autonomie, il sistema camerale e il fondo di garanzia nazionale si sono mossi in ordine sparso», spiega. «Occorre una svolta per dare sistematicità al ruolo pubblico». Inevitabilmente il processo di rinnovamento chiama in gioco anche gli intermediari finanziari, «che possono entrare in gioco con quote minoritarie nei consorzi, garantendo così il buon funzionamento del sistema». Un'adesione non scontata «perché i soggetti di mercato devono individuare possibili ritorni interessanti, altrimenti non fanno investimenti».

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