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Confermato il tetto del 3% al deficit

Per il ministro degli Affari europei Enzo Moavero Milanesi con la decisione di Bruxelles «si è finalmente rotto il totem del rigore». Una vera «svolta politica che dimostra come sia cambiato il vento». E a chi sostiene che in fin dei conti la «montagna» comunitaria ha partorito un «topolino», il ministro ribatte scherzando che «almeno si tratta di uno scoiattolo». E spiega che gli investimenti in deroga legati al co-finanziamento dei fondi europei non è affatto un paletto ma una «passerella»: hanno un effetto moltiplicatore di quasi il doppio e alla fine, i 6-8 miliardi previsti possono diventare 15-16, quasi un punto di Pil». Le reazioni politiche dentro il governo Letta sono tutte positive ma il presidente dei deputati Pdl, Renato Brunetta, definisce le parole di Barroso «primi timidi passi verso la golden rule » e comunque una «misura del tutto inadeguata».

L’attesa lettera inviata nella serata di ieri dal commissario europeo agli Affari economici e vicepresidente della Commissione Olli Rehn ai governi dei sette Paesi interessati, in effetti elenca una serie di condizioni tale da ridimensionare, a una prima lettura, i sogni di gloria verso una nuova politica economica di marca sviluppista. Nessuno sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil. La flessibilità, spiega Rehn, sta nel tragitto verso il pareggio di bilancio, cioè lo zero nominale, ma sempre dentro il tetto del 3% che non va assolutamente superato. Così come la «deviation» non deve portare a violare la regola di riduzione del debito pubblico che per l’Italia significa tagliare di un ventesimo l’anno la quota che eccede il 60% del rapporto debito-Pil entro il 2016.

Ma veniamo alle cose positive. Poiché l’Italia, se si confermano corrette le stime della Commissione, nel 2014 dovrebbe avere un rapporto deficit-Pil di circa il 2,4%, dovrebbe «liberarsi» una quota dello 0,4-0,5% pari a 6-8 miliardi di euro di cui parlava Moavero. Questi soldi potranno essere spesi in «investimenti pubblici produttivi» derivanti da progetti co-finanziati dalla Ue con le politiche di coesione (compresa la formazione per il lavoro), le grandi reti infrastrutturali, tra cui i trasporti,le reti energetiche e di telecomunicazioni, come la banda larga. Moavero osserva che questa deroga non vale solo per il 2014 ma,a leggere bene le parole di Barroso, per tutti gli anni successivi fino all’uscita dala crisi.

I ministri italiani hanno genericamente apprezzato la decisione della Commissione di dare un pò di ossigeno ai Paesi virtuosi ma, saggiamente, prima di avventurarsi in una lista della spesa hanno voluto attendere la lettera dell’intransigente commissario finlandese Olli Rehn. Il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, forse uno dei più beneficiati dalla «deviation», ha ricordato che i progetti co-finanziati sono proprio i grandi corridoi europei come la Tav Torino-Lione e il tunnel del Brennero. Il collega dell’Economia Fabrizio Saccomanni, cui spetterà un ruolo centrale nella definizione di questi spazi, ieri ha giustamente sottolineato l’esigenza di riprogrammare i fondi Ue, le cui risorse restano inevase ancora per il 60%. «In euro fanno 30 miliardi da spendere entro il 2016». Per Enrico Giovannini, ministro del Lavoro, la nuova flessibilità Ue consentirà «un intervento sostanzioso» e da Berlino si allinea alla valutazione di Saccomanni sui fondi strutturali.

Al di là dell’ottimismo «politico» il percorso verso l’abbandono del rigore appare maledettamente in salita. Prima di tutto perché non esiste alcun «automatismo» in questa deroga. La commissione valuterà «caso per caso» le richieste di investimenti e saranno disegnati come un vestito su misura. Questa discrezionalità degli esperti di Bruxelles ha già un nome: clausola di flessibilità, per evitare l’equivoco che questa disponibilità sia scambiata con la materializzazione di qualche «tesoretto» per finanziare Iva o Imu.

Già fissata anche l’agenda. Entro il 15 di ottobre ogni governo dovrà inviare alla commissione la legge finanziaria (ora denominata legge di stabilità) con annesse le richieste per derogare sulle spese infrastrutturali con la garanzia della coerenza. Il cambio di passo rispetto al passato – «troppi abusi», commentano a Bruxelles – è evidente: nessuno scorporo automatico ma ogni singolo intervento deve essere negoziato con i tecnici della Commissione. Entro metà novembre arriverà la decisione finale insieme alle valutazioni non vincolanti dell’Eurogruppo. Nel caso in cui le proposte siano palesemente incoerenti, la Commissione si riserva una settimana per chiedere chiarimenti e un’altra per ottenere la rettifica.

A chiarire il pensiero di Rehn, è arrivato da Bruxelles il direttore generale del dipartimento degli Affari economici Marco Buti in uno dei suoi viaggi «convenzionali» per ricordare ai decision maker le sei raccomandazioni Ue. «Per l’Italia, più che margini di flessibilità per spendere di più – spiega – occorre creare condizioni per spendere meglio e più efficacemente i fondi europei: si guadagna di più spendendo il disponibile che cercando margini fantasiosi di flessibilità nell’applicazione delle regole». In queste parole un richiamo alla raccomandazione numero 5, forse la più sensibile, che condizionerà il via libera alla flessibilità: è quella fiscale dove si sostiene la necessità di trasferire il carico tributario dal lavoro ai consumi e ai beni immobili. Un bel problema per i pasdaran dell’abolizione dell’Iva e dell’Imu sulla prima casa.

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