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Conferimenti d’azienda in difesa dai reati tributari

I verificatori contestano sovente il reato di dichiarazione infedele (articolo 4 del decreto legislativo 74/2000) quando gli imprenditori fanno ricorso all’istituto del conferimento d’azienda o di ramo di azienda (articolo 2555 del Codice civile) al posto della cessione dei singoli beni per fruire del più favorevole trattamento tributario (articolo 176 del Tuir, Dpr 917/86).
Il problema si pone, per esempio, quando viene costituita una newco finalizzata a creare le condizioni per la futura operatività, in quanto dotata delle autorizzazioni amministrative per svolgere l’attività, ma non ancora realmente operativa. Questo anche se la giurisprudenza civile e tributaria, peraltro con oscillazioni, anche alla luce del l’orientamento della Corte di giustizia europea, da sempre ritiene che perché l'”azienda” esista giuridicamente non è necessario che sia già in grado di funzionare: è sufficiente che sussistano le condizioni perché l’attività imprenditoriale possa iniziare (la giurisprudenza usa formule come «complesso di beni di per sé idoneo a consentire l’inizio o la continuazione di una determinata attività d’impresa»). Diverso è, invece, il criterio interpretativo adottato dalla sezione lavoro della Cassazione, rivolto al mantenimento del rapporto di lavoro dei dipendenti del ramo d’azienda ceduto; ma si tratta di un criterio non trasferibile in campo tributario.
In questi casi, quando gli atti arrivano alla Procura della Repubblica – di frequente accompagnati da sequestri di beni mobili e immobili finalizzati alla confisca per equivalente – quali sono i problemi interpretativi che si pongono al pubblico ministero per sostenere, o no, l’accusa? A parte la valutazione dell’esistenza della “doppia soglia” quantitativa di punibilità (imposta ed elementi di reddito) richiesta dall’articolo 4 del decreto legislativo 74/2000, è dubbio – se, ovviamente, non ci sia la correzione ai fini dell’imponibilità nella stessa dichiarazione – che si possa ritenere l’esistenza della finalità evasiva (dolo specifico) quando si tratta, come in casi di questo genere, di mera interpretazione di norme tributarie.
È discutibile, infatti, che sussista la mancata indicazione di elementi positivi di reddito quando il contribuente etichetti come «A» un negozio giuridico che, secondo l’amministrazione finanziaria, andrebbe qualificato come «B» (riqualificazione giuridica del negozio). In un caso del genere (frequentissimo in diritto tributario) sembra, infatti, che non ci siano le condizioni per ritenere configurata la condotta punibile, che invece, nell’intenzione del legislatore, presuppone l’occultamento di ricavi o di altri elementi positivi di reddito.
Nell’ipotesi opposta di indicazione di elementi negativi di reddito – che peraltro non sussiste nelle situazioni in esame – l’articolo 4 parla (con una formula molto contestata) di «elementi passivi fittizi». Qui si può discutere se rilevi una “fittizietà”, per esempio, dei costi, non reale ma solo giuridica (per esempio, costi non inerenti ma solo ritenuti fiscalmente indeducibili). Sul versante degli elementi positivi, al contrario, non si pone il problema perché l’espressione «indica» non suscita alcun interrogativo del genere, riferendosi al semplice nascondimento oggettivo di componenti positivi di reddito.
In conclusione, esistono argomenti interpretativi validi per poter controbattere la tesi accusatoria, trattandosi anche di questione che coinvolge problemi di principio.

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