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Condannato il giudice lento

Il giudice responsabile di un processo troppo lungo è tenuto a risarcire il ministero della Giustizia chiamato in causa dal cittadino. Ciò in quanto con il suo comportamento egli ha cagionato un danno all’erario rappresentato dall’importo erogato, per equa riparazione al cittadino. A fornire questa interessante precisazione è la Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale Toscana, con la sentenza n. 292 depositata il 23 settembre 2013
Un cittadino conveniva in giudizio, innanzi la Corte di Appello, il ministero della Giustizia, avanzando richiesta di equa riparazione, in base alla legge n. 89/2001 (legge Pinto), sostenendo di aver subito un pregiudizio dall’eccessiva durata di un processo civile, iniziato nel 1997 e definito con sentenza nel 2006.
Il ricorrente evidenziava che, dopo vari rinvii, all’udienza del 27 settembre 2000, il giudice si riservava di decidere in ordine alla richiesta di una consulenza tecnica. Nonostante i numerosi solleciti a sciogliere la riserva, trascorrevano circa cinque anni. Nel frattempo il magistrato era sostituito da un nuovo giudice il quale, preso atto dell’inutilità di una perizia, in considerazione del tempo trascorso, depositava la sentenza nel 2006. Il processo, pertanto, era durato circa nove anni.
I giudici della Corte di appello chiamati in causa dal cittadino, rilevavano così che la lunghezza del processo doveva essere ascritta principalmente ai tempi troppo lunghi intercorrenti tra la fissazione di un’udienza e quella successiva, nonché alla stasi del procedimento per cinque anni imputabile all’ufficio giudicante.
A questo proposito era anche richiamata la giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo secondo la quale deve ritenersi ragionevole la durata di quattro anni di un processo di primo grado, che non presenti circostanze particolari.
Eventuali ritardi non possono essere giustificati dal sovraccarico o dalla carenza di organico degli uffici giudiziari, poiché l’Autorità procedente ha sempre l’obbligo di organizzare il sistema giudiziario in modo che i Tribunali riescano a gestire il carico di lavoro. La Corte di appello condannava così al pagamento, del danno non patrimoniale subito il ministero, il quale, dopo aver corrisposto la somma in questione, decideva di rifarsi nei confronti del giudice “ritardatario”, convenendolo in giudizio innanzi alla magistratura contabile per il danno subito.
A questo punto, il Procuratore regionale della Corte dei Conti per la Toscana ritenendo il magistrato responsabile di aver cagionato un danno al ministero per l’eccessiva durata del procedimento civile, lo citava affinché fosse condannato a risarcire il predetto dicastero della somma erogata al cittadino. La Corte dei conti, ha accolto la domanda del Procuratore, condannando il magistrato al risarcimento I giudici contabili affermano in sintesi che, nella specie, la pretesa risarcitoria presenta tutti i presupposti necessari per essere accolta: rapporto di servizio tra il convenuto – magistrato ordinario, appartenente ai ruoli del ministero di Giustizia – e la Pa; nesso causale fra comportamento del Giudice e danno erariale subito dal Ministero; elemento soggettivo connaturato da dolo o colpa.
Da evidenziare peraltro in merito alla sussistenza del nesso causale, che, a seguito dei ritardi e delle inadempienze rilevate nel lungo giudizio, era intervenuta anche la Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura che aveva avviato un procedimento disciplinare nei confronti del giudice. Nel corso di tale procedimento il Csm accertava che il magistrato aveva ripetutamente violato il dovere di correttezza, omettendo il deposito di numerose sentenze e procurando una situazione di grave stallo per il Tribunale. Lo stesso Csm disponeva la sospensione provvisoria dalle funzioni e dallo stipendio.

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