Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Il concordato totalmente in bianco «cancella» l’autonomia gestionale

L’impresa ammessa al concordato in bianco, anche se non è spossessata della gestione dei propri beni, ha un’autonomia gestionale estremamente limitata se non fornisce un’adeguata trasparenza sui contenuti minimi della proposta che intende presentare ai creditori.

Queste le conclusioni della sentenza del 2 febbraio scorso, con cui il Tribunale di Roma ha negato l’efficacia di alcuni pagamenti a fornitori effettuati da una società in concordato – successivamente fallita – nel periodo intercorrente tra l’ammissione alla procedura in bianco (articolo 161, sesto comma della legge fallimentare) e la decisione sull’ammissibilità. La concessione di un termine è funzionale a dare al debitore il tempo necessario per la predisposizione del piano, ma ciò non lo dispensa dal fornire indicazioni di base sulla strada che intende perseguire (ad esempio, piano in continuità diretta o indiretta o, invece, liquidatorio).

La questione investe un problema nella prassi molto diffuso e più generale: l’identificazione degli atti che richiedono l’autorizzazione del tribunale lungo tutta la durata del concordato dal ricorso in bianco fino all’omologa. In base all’articolo 167 è necessaria, in via generale, per gli atti di straordinaria amministrazione, ma la difficoltà sta proprio nell’individuazione del discrimine normativo tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, rispetto al quale si confrontano orientamenti giurisprudenziali diversi.

L’assenza del piano

Innanzitutto i giudici romani, richiamando il principio sancito di recente dalla Cassazione (sentenza 14713/2019) secondo il quale, per poter valutare la natura di un atto gestorio, è necessario conoscere le coordinate minime della proposta che si intende presentare, ribadiscono che, in assenza del piano, ogni atto è considerato di straordinaria amministrazione, poiché potenzialmente idoneo ad incidere negativamente sul patrimonio aziendale e a incrementare i debiti prededucibili, in danno dei creditori. La qualificazione è quindi legata alla presenza di un preliminare abbozzo di piano, utile a contestualizzare il singolo impegno nella cornice generale di risanamento

Secondo i magistrati capitolini non va inoltre applicato l’articolo 44 della legge fallimentare, che sancisce l’inefficacia dei pagamenti compiuti dopo il fallimento basandosi sul concetto di spossessamento dell’imprenditore fallito. Questo perché, in ambito concordatario, il debitore non è spossessato della gestione d’impresa, ma deve solo attenersi all’autorizzazione del tribunale in caso di atti eccedenti l’ordinaria amministrazione; un placet che, a parere dei magistrati romani, è necessario nel caso in esame relativo a pagamenti a fornitori, in assenza delle minime informazioni sulla strada che l’impresa ha in animo di intraprendere.

La ragione di tale impostazione è legata alla delicatezza del periodo interinale (dall’ammissione al concordato con riserva fino al deposito del piano e della proposta): un periodo nel quale ogni atto gestorio deve essere coerente con la strategia di risanamento che si intende perseguire, da esplicitarsi con una minima disclosure preventiva.

L’identificazione dell’atto

Per tutta la durata del concordato (dal ricorso con riserva fino all’omologa), in base all’articolo 161, settimo comma, l’autorizzazione del Tribunale è necessaria per gli atti urgenti di straordinaria amministrazione, mentre resta una generica possibilità di compiere tutti gli atti di gestione ordinaria. L’articolo 167, secondo comma elenca invece gli atti straordinari che necessitano del placet giudiziario, includendo un richiamo generico ad altri e rendendo per esclusione eseguibili liberamente tutti i residui atti gestori.

La regolamentazione parrebbe chiara, se non fosse che esistono svariati casi pratici che confondono questo quadro apparentemente ordinato.

La valutazione di ogni atto, anche differente da quelli esplicitamente richiamati dall’articolo 167, secondo comma, dovrà partire dalla valutazione circa l’idoneità di tale azione ad incidere negativamente sul patrimonio del debitore o compromettere la capacità di soddisfare i creditori.

Tuttavia, sul punto vi sono a monte due differenti scuole di pensiero, riconducibili ad altrettante correnti giurisprudenziali: la prima individua l’ordinario negli atti che mirano alla conservazione od al miglioramento del patrimonio, mentre lo straordinario è per converso quanto incide sulla situazione patrimoniale del debitore (Cassazione, sentenze 14713/2019 e 20291/2005).

La seconda riconduce la natura di un atto nell’alveo della sua ricorrenza rispetto alla gestione dell’impresa ed al suo oggetto sociale: considerando che quest’ultima è per definizione un’entità in divenire, caratterizzata dal compimento quotidiano di atti gestori, se gli stessi sono coerenti con le dimensioni del patrimonio e sono migliorative o conservative, pur caratterizzate da importi di spesa elevati, non sono da considerarsi straordinari e quindi sono esercitabili liberamente dall’imprenditore.

Al contrario, gli interventi che modifichino la struttura economico-organizzativa sono da considerarsi straordinari (Cassazione, sentenze 25952/2011, 10229/1997 e 4856/1995). In questa seconda lettura, non è l’entità in sé dell’impegno assunto a fare la differenza, ma la sua riconducibilità o meno alla gestione caratteristica dell’impresa.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Primo giorno di lavoro in proprio per Francesco Canzonieri, che ha lasciato Mediobanca dopo cinque a...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

 Un passo indietro per non sottoscrivere un accordo irricevibile dai sindacati. Sarebbe questo l’...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doveva essere una Waterloo e invece è stata una Caporetto. Dopo cinque anni di cause tra Mediaset e...

Oggi sulla stampa