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Concordato, sì alle sanzioni pagate in moneta fallimentare

Con la sentenza 1307/9/2016 , depositata il 9 febbraio, la Commissione tributaria provinciale di Milano (presidente D’Orsi, relatore Chiametti) esamina il rapporto fra disciplina fiscale e norme che regolano il concordato preventivo (ragionamento che si può ritenere estensibile all’intera legge fallimentare), stabilendo la prevalenza di queste ultime su quelle tributarie. Ne consegue che il pagamento percentuale delle sanzioni chirografarie finisce con l’estinguerne la complessiva obbligazione.
I giudici milanesi sono stati chiamati a pronunciarsi sul caso di una società a responsabilità limitata che, nel periodo immediatamente antecedente la presentazione della domanda di concordato preventivo, si rendeva inadempiente nel versamento di alcune ritenute fiscali che, per l’effetto, confluivano nel passivo concordatario. La proposta prevedeva il pagamento integrale dei debiti pre-deducibili e privilegiati e del 30% di quelli chirografari, per cui, in relazione all’omesso versamento, fra i crediti privilegiati venivano inserite imposte e interessi, mentre tra i chirografari sanzioni, diritti e compensi della riscossione. I debiti venivano pagati come da proposta.
Contro questo comportamento, l’agenzia delle Entrate di Milano opponeva iscrizione a ruolo, non accontentandosi del pagamento in moneta fallimentare e richiedendo il versamento integrale delle sanzioni, adducendo il fatto che le violazioni sarebbero avvenute in periodo preconcordatario e non riconoscendo, pertanto, la ricorrenza di alcuna causa maggiore che impedisse il versamento.
Quanto stabilito dai giudici della Ctp è in linea con l’articolo 184 della legge fallimentare, norma che – valendo per tutti i creditori antecedenti l’apertura della procedura – non ammette eccezioni neppure per il fisco, che deve accettare la falcidia concordataria per i propri crediti chirografari (sanzioni) come un qualsiasi altro creditore.
Dalla ricostruzione della sentenza, tuttavia, si desume un tema più ampio e solo sfiorato dai giudici: quello dell’eventuale insorgenza delle sanzioni nel periodo immediatamente preconcordatario, ossia nel tempo in cui l’imprenditore deve già tenere particolare attenzione nell’effettuazione dei pagamenti per non alterare l’ordine dei privilegi (articolo 111 della legge fallimentare) e anche per evitare l’insorgenza di gravi reati fallimentari. Perciò, se, per quanto appena detto, il pagamento non può avvenire salvo violare una norma imperativa (legge fallimentare), questa condotta resta sanzionabile, ovvero trova applicazione l’articolo 6, comma 5 del Dlgs 472/97 (non punibilità dipendente da causa di forza maggiore)? Più volte la giurisprudenza si è accostata a questo tema assumendo, tuttavia, posizioni oscillanti: l’orientamento prevalente è per la non applicabilità delle sanzioni, riconoscendo la ricorrenza, nella situazione in esame, di una causa di forza maggiore. Non mancano però pronunce di segno diverso (ad esempio, pro contribuente, Cassazione 34071/2006; Ctp Lecce, 352/2010, Ctr Roma 540/14/11; Ctp Genova 1181/13/14; contra, Ctp Pesaro 81/01/13).
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