Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Concordato, proroga sub iudice

La proroga del concordato “in bianco” non è automatica. È sottoposta invece all’esame dell’autorità giudiziaria. Esame che non è puramente formale e che ha condotto, nel caso esaminato dalla Corte di cassazione con la sentenza 13999 della Prima sezione civile, alla dichiarazione di fallimento.
La difesa aveva invece sostenuto che la concessione di una proroga alla proposta di concordato con riserva deve, di norma, essere accolta, visto il favore con il quale il legislatore guarda a tutte le soluzioni alternative al fallimento, tra le quali è proprio il concordato a emergere.
Per la Corte invece, l’esistenza di condizioni oggettive per la concessione di un ulteriore termine di 60 giorni (oltre alla tradizionale finestra tra 60 e 120) deve essere accertata dal giudice. Una discrezionalità che trova fondamento, puntualizza la sentenza, nella fisonomia di un istituto che permette al debitore, sorpreso dalla domanda di di fallimento, di potere comunque beneficare procedura di concordato, ottenendo il tempo necessario alla preparazione di un piano idoneo a soddisfare i creditori, ma che, contemporaneamente, potrebbe prestarsi con facilità ad abusi, visto che per effetto del solo deposito scatta il blocco delle azioni esecutive.
Di più. Per la Cassazione non esiste un fondamento normativo alla tesi della difesa, per la quale le motivazioni della proroga sarebbero esclusivamente collegate alla necessità di presentare un proposta il più completa ed esauriente possibile.
Tuttavia, nella lettura della Cassazione dell’articolo 161 comma 6 della Legge fallimentare, la proroga è sì possibile, ma testualmente, solo «in presenza di giustificati motivi».
E allora, sottolinea la sentenza, il tribunale non è solo chiamato a verificare l’assenza di condotte abusive o di eventuali violazioni all’obbligo di corretta gestione da parte del debitore, ma anche «a valutare l’esistenza di validi motivi posti a fondamento della richiesta di proroga.
Ovviamente tali giustificati motivi non possono che consistere in fatti, indipendenti dalla volontà del debitore, che siano idonei a giustificare il mancato deposito della proposta, del piano e della documentazione nel termine originariamente assegnato».
In particolare, alla base della richiesta avanzata dall’impresa poi dichiarata fallita, stavano, tra l’altro, la necessità di ottenere dalle Entrate e dal concessionario per la riscossione dell’indicazione esatta dei debiti di natura fiscale e previdenziale, quella di ottenere un valore puntuale degli immobili, quella di attendere l’esito delle valutazioni di veridicità del professionista sui dati contabili e sui debiti e crediti rilevanti.
Diverse necessità, ma tutte insufficienti, è stata la valutazione del giudice e anche della Cassazione, perchè una larga parte dei ritardi deve essere imputata proprio al comportamento della società stessa e comunque, è del tutto inadatta a giustificare lo slittamento di una proposta competa ed esauriente.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

TORINO — La produzione della 500 elettrica ferma i contratti di solidarietà nel polo torinese, tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non deve essere imputata la società unipersonale. Non sulla base del decreto 231. In questo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora al palo la corsa agli aumenti di capitale agevolati dall’articolo 26 del Dl 34/2020...

Oggi sulla stampa