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Concordato preventivo, trust senza segreti

Sempre più spesso, negli ultimi tempi si sono ravvisate ipotesi in cui il trust è parte attiva delle procedure di concordato preventivo ed è usato per «convincere» giudice e creditori che la proposta concordataria è seria e che una volta approvata, non presenta il rischio di inefficienze o di difficoltà attuative.

Si pensi al caso di familiari dell’imprenditore in concordato che intendano mettere a disposizione della procedura determinati loro beni (es.: immobili o denaro), così da favorire una maggiore soddisfazione dei creditori, rispetto a quella garantita dal solo patrimonio del debitore.

Per mettere dunque «in sicurezza» i beni finalizzati al successo della procedura, si può ricorrere al trust, intestandoli al trustee e realizzando sia l’obiettivo di sottrarli alla disponibilità degli attuali proprietari sia quello di evitare che i loro creditori possano, durante lo svolgimento della procedura, sottoporli a procedimenti esecutivi incompatibili con la loro destinazione al concordato.

L’intestazione dei beni al trustee, quale soggetto indipendente, favorisce, inoltre, un loro migliore realizzo, non dovendo svendere forzosamente nel breve periodo ma potendo attendere il momento più propizio.

Un caso pratico ci viene offerto dal tribunale di Ravenna che con sentenza recente del 4 aprile scorso ha ritenuto lecito il trust che garantisce il buon esito del concordato preventivo.

In particolare, il piano, oltre a prevedere la liquidazione di diversi beni della società debitrice e la messa a disposizione della sua liquidità esistente, si caratterizza per la costituzione di un trust che consenta l’apporto di beni di terzi (c.d. Nuova Finanza) alla massa concorsuale, garantendo la realizzabilità del piano concorsuale e le soluzioni prospettate ai creditori. Il vincolo fiduciario è, peraltro, costituito sotto condizione risolutiva della dichiarazione di fallimento o della mancata omologazione del concordato da parte del tribunale entro il termine indicato.

Secondo il tribunale di Ravenna, nel caso di specie, il trust, apportando beni di terzi alla massa concordataria, grazie al suo effetto segregativo, rende fattibile e garantisce l’ottenimento delle percentuali di soddisfazione prospettate. Infatti, il terzo, in qualità di disponente, trasferendo gli immobili di sua proprietà al trust, costituisce un patrimonio separato, che non può essere aggredito dai suoi creditori personali. Su tali beni, infatti, si crea un vincolo di destinazione, che consente al trustee, soggetto a cui è affidata la gestione del patrimonio, di vendere i beni che ne fanno parte e usarne il ricavato, esclusivamente, per l’attuazione della procedura concorsuale. In tal caso, il trust costituisce una sorta di garanzia atipica sui beni destinati dal terzo a favore dei creditori concorsuali. Diversamente, una mera dichiarazione dello stesso volta ad offrire determinati beni alla procedura concorsuale, non li sottrarrebbe dall’aggressione dei suoi creditori e il piano concorsuale risulterebbe inaffidabile. Va precisato, in proposito, che gli effetti preclusivi dell’ammissione al concordato preventivo ex art. 168 l.f., riguardanti l’impedimento ai creditori concorsuali di esercitare azioni individuali a tutela del loro credito, si estendono esclusivamente sul patrimonio del debitore.

A rafforzare maggiormente la garanzia offerta ai creditori concorsuali il tribunale di Ravenna ha stabilito, inoltre, che ad assumere la figura di guardiano fosse proprio il commissario giudiziale, al quale è stato fatto obbligo di vigilare sull’operato del trustee. Siamo di fronte ad un vero e proprio trust di scopo. È sicuramente una nuova frontiera.

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