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Concordato preventivo aperto anche su richiesta di terzi

Lo schema del disegno di legge delega appena approvato dalla Commissione ministeriale presieduta da Renato Rordorf contiene novità importantissime anche sul concordato preventivo. In primo luogo, viene previsto che, quando l’imprenditore non sia semplicemente in crisi ma versi in una situazione di vera e propria insolvenza, la procedura possa essere promossa anche da terzi; e questa, più ancora che una novità, sarebbe una rivoluzione culturale tout court, perché ne risulterebbe almeno in parte superato il principio della indissolubilità assoluta fra impresa e imprenditore. Vale a dire: in caso di insolvenza, l’imprenditore verrebbe spogliato nei fatti della proprietà esclusiva della propria impresa e della conseguente libertà di gestirla in autonomia totale, perché anche i suoi creditori sarebbero legittimati a chiederne l’assoggettamento al concordato, contro la sua volontà. Certo, appartiene da sempre al senso comune l’affermazione secondo cui, nella crisi, l’impresa diventa proprietà dei creditori; ma fino ad oggi tale affermazione, valida forse dal punto di vista economico, era semplicemente infondata in diritto. Ora lo sarà un po’ meno, se il principio contenuto nello schema della legge delega si tramuterà in norma di legge a tutti gli effetti.
In secondo luogo, il concordato preventivo dovrebbe venir destinato solo ai casi di prosecuzione, diretta o indiretta, dell’attività, e non più ai casi di liquidazione aziendale, ai quali rimarrà invece destinato il solo fallimento (che, anche nell’ottica di eliminarne ogni “connotazione infamante”, dovrebbe forse perfino cambiare nome, per assumere quello di «procedura di liquidazione giudiziale»). Ed è una limitazione che si capisce bene, alla luce di tutto il resto: data la volontà di potenziare il concordato come strumento di risanamento della crisi d’impresa, sembra coerente prevederne l’applicazione a tal fine, e non ad altri.
Una terza importantissima novità sul concordato preventivo contenuta nello schema di legge riguarda la relazione di fattibilità del piano, che dovrebbe competere non più a professionisti nominati dall’imprenditore ma al commissario giudiziale. O meglio: l’imprenditore rimarrà libero di chiedere a professionisti designati da lui di attestare la fattibilità del piano e di attestare la veridicità dei dati aziendali, ma questa relazione potrà tutt’al più accompagnarsi a quella del commissario e mai sostituirla, come una consulenza tecnica di parte può accompagnarsi alla consulenza tecnica d’ufficio; e comunque non potrà generare crediti prededucibili (il che è giusto, perché per principio generale possono aspirare alla prededuzione solo i crediti derivanti da prestazioni funzionali alla procedura, vale a dire da prestazioni senza le quali l’imprenditore non sarebbe stato neppure nelle condizioni di accedere alla procedura, e l’attività dell’attestatore di parte non sarà più tale, appunto perché diventerà facoltativa e non più necessaria). Si tratta di una novità condivisibile, sia perché consentirà la riduzione dei costi prededucibili, a tutto vantaggio della tutela dei creditori concorsuali, sia perché la proposta di concordato potrà solo guadagnarne, agli occhi dell’autorità giudiziaria e della stessa massa dei creditori, in termini di serietà e di affidabilità.
Infine, fra le tante ulteriori novità merita di essere segnalata ancora almeno quella consistente in un invito: a chiarire una volta per tutte il contenuto dei poteri del tribunale nelle varie fasi della procedura, soprattutto in relazione alla valutazione di fattibilità del piano. Com’è noto, questo è uno dei nodi mai davvero risolti nel dibattito degli ultimi dieci anni.

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