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Il concordato non salva dal sequestro dei beni aziendali

In caso di evasione fiscale scatta il sequestro sui beni aziendali anche se è stata siglata una transazione con il fisco nell’ambito di un concordato preventivo.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 18034 del 2 maggio 2019, ha respinto il ricorso di un imprenditore. Con un lungo ricorso la difesa dell’uomo ha sostenuto che mancavano i presupposti per l’applicazione della misura e cioè il pericolo di dispersione del patrimonio e il dolo nell’omesso versamento delle ritenute.
Tutti i motivi sono stati respinti dalla terza sezione penale. Ad avviso degli Ermellini, infatti, correttamente, il tribunale del riesame ha negato l’esistenza di un automatismo tra l’esistenza della procedura conservativa di carattere pubblicistico e l’assenza del periculum in mora, laddove si consideri che la transazione fiscale conclusa con l’Agenzia delle entrate si configura certamente come un impegno ad adempiere, ma, di per se, non elimina in radice il pericolo di una dispersione dei beni costituendo l’inadempimento una opzione non auspicabile, ma certamente possibile e, in ogni caso, produce effetti impeditivi, come previsto dall’art. 10-bis, dlgs n. 74 del 2000 solo con riguardo alla confisca; residua, ovviamente – senza che ciò pregiudichi rebus sic stantibus la sussistenza del periculum in mora – la possibilità per l’indagato, di domandare il dissequestro per la parte che dimostri di avere versato. Infatti la Cassazione ha escluso che gli effetti del sequestro preventivo vengano meno qualora sia stato perfezionato, in seno alle suddette procedure, un accordo tra l’indagato – contribuente e l’amministrazione finanziaria; si dovrà piuttosto operare una rideterminazione del quantum sequestrato in una misura corrispondente alle somme versate all’erario, così da ovviare il rischio di una duplicazione della sanzione, considerata la natura sanzionatoria riconosciuta alla confisca e quindi al sequestro preventivo ad essa finalizzato. Qualora tale riduzione non fosse disposta, si realizzerebbe inoltre una violazione del principio secondo il quale il valore del bene oggetto dell’ablazione definitiva non può mai essere superiore al vantaggio economico conseguito mediante la commissione dell’illecito penale.

Debora Alberici

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