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Concordato, limiti al liquidatore

Non è legittimo nominare il liquidatore giudiziale nel caso di concordato preventivo diverso da quello «per cessione dei beni». E, in ogni caso, non può essere designato liquidatore giudiziale chi ricopre già l’incarico di commissario giudiziale. Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 1237 del 2013, che ha cassato il decreto di omologa del tribunale nella parte in cui aveva nominato il liquidatore giudiziale e il comitato dei creditori in un concordato non qualificabile «per cessione dei beni», censurando anche il fatto che la scelta fosse caduta sulla persona del commissario giudiziale.
Il liquidatore (al pari del comitato dei creditori) rappresenta un organo necessario e non eventuale nella sola ipotesi di concordato per cessione dei beni, essendo altrimenti la liquidazione affidata allo stesso debitore.
Nel concordato per cessione dei beni l’esecuzione è attribuita (dall’articolo 182 della legge fallimentare) in modo esclusivo al liquidatore: la norma esclude così implicitamente che questa attività possa essere svolta in modo parallelo o sostitutivo dal debitore concordatario.
Interpretazione che pare dovuta a due fattori: primo, la natura della cessione dei beni comporta sempre e necessariamente la perdita per il debitore del potere di amministrare e disporre dei beni ceduti, sicché alla liquidazione non può provvedere lo stesso debitore, venendo meno diversamente l’effetto essenziale della cessione; secondo, l’articolo 182 della legge fallimentare (che disciplina il concordato per cessione dei beni) richiama per il liquidatore i requisiti soggettivi previsti (dall’articolo 28 della stessa legge) per il curatore fallimentare. Questi requisiti riguardano sia la professionalità, sia l’indipendenza del liquidatore.
Secondo la Corte, il richiamo all’articolo 28 – che prevede anche alcune incompatibilità – esclude che le funzioni di liquidatore possano essere assunte dal commissario giudiziale. Perché, così facendo, si attribuirebbero allo stesso soggetto la funzione di sorveglianza dell’adempimento del concordato e quella gestoria della procedura, innescando una situazione di potenziale conflitto di interessi che costituisce condizione ostativa alla nomina.
La Cassazione, in continuità con quanto già sostenuto dopo la riforma dalle Sezioni unite nella sentenza 19056/2008, sottolinea la natura dispositiva e quindi derogabile dell’articolo 182 della legge fallimentare, che attribuisce al tribunale il potere di nominare il liquidatore e di determinare le modalità di liquidazione «se il concordato consiste nella cessione dei beni e non dispone diversamente».
Perché il tribunale possa esercitare il potere suppletivo, dunque, è necessario, in primo luogo, che il concordato sia per cessioni di beni; si tratta di un concordato che, secondo la sentenza 1521/2013 delle Sezioni unite della Cassazione, è caratterizzato dall’impegno a mettere a disposizione dei creditori i beni dell’imprenditore liberi da vincoli ignoti che ne impediscano la liquidazione o ne alterino apprezzabilmente il valore, senza che sussista l’obbligo, da parte del debitore, di assicurare una percentuale predeterminata di soddisfacimento ai creditori. Inoltre, il tribunale può esercitare il potere suppletivo se mancano nella proposta concordataria disposizioni circa le modalità di liquidazione dei beni ceduti. Il che significa che, qualora la proposta contenga l’indicazione di un nominativo cui affidare la liquidazione dei beni, il tribunale ha l’obbligo e non la mera facoltà di seguire tale indicazione.
Il potere di nomina del liquidatore da parte del tribunale permane nel caso in cui il liquidatore sia stato indicato da chi propone il concordato senza rispettare i requisiti di legge: se cioè il debitore non ottemperi a quanto prescritto dall’articolo 28 della legge fallimentare circa i requisiti soggettivi del liquidatore medesimo.

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