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Concordato in bianco in prova

Le modifiche introdotte con la riforma della legge fallimentare (il pre- concordato o concordato in bianco o chapter 11 all’italiana) vanno nella giusta direzione di incentivare percorsi di risanamento aziendale che salvaguardino la continuità dei valori produttivi, e in questo senso tendono ad agevolare il sostegno finanziario che il sistema bancario è chiamato tipicamente a garantire in questa delicatissima fase. Tutto questo a discapito degli altri strumenti stragiudiziali con un’inversione di tendenza che ristabilisce quella che era la tradizionale centralità della giurisdizione, con le incertezze del caso dovute alla cronica penuria di strutture e mezzi per fronteggiare il carico prevedibile di domande. Solo presso il Tribunale di Milano sarebbero state ben oltre 120 le domande di concordato in bianco presentato nel giro di pochi mesi. I giudizi a pochi mesi dall’entrata in vigore delle norme sulla riforma del concordato fallimentare introdotte dalla la legge n. 134/2012 di conversione del dl 83/2012, se da un lato riscuotono un prevedibile consenso tra gli avvocati d’affari, dall’altro lasciano dubbi sull’effettiva applicabilità nel nostro sistema. Come dire: l’eccesso di tutela finisce per svilire la reale proteggibilità degli interessi dei creditori.

Le critiche, in sintesi, seguono due filoni. In primo luogo, l’eccessivo sbilanciamento della normativa nell’interesse del debitore. Il problema è di colmare un vuoto normativo che in passato era uno dei principali ostacoli ad una continuità aziendale di successo. Sono alcune modalità a lasciare perplessi, in quanto sacrificano eccessivamente la controparte in bonis. Il termine per la sospensione, che può arrivare a ben 4 mesi prima che segua la decisione di scioglimento o di prosecuzione, genera uno stato d’incertezza eccessivo, i cui effetti negativi vengono maggiormente «potenziati» sulla controparte in bonis per effetto della previsione di un indennizzo da pagarsi solo in moneta concorsuale. In secondo luogo, si evidenzia il rischio, a seguito della sospensione, di avere una sorta di contratto con efficacia a «singhiozzo», in cui alla cessazione della sospensione non segua senza soluzioni di continuità la scelta dello scioglimento (che deve essere nuovamente richiesta dal debitore) e che quindi il contratto, al termine della sospensione prosegua per poi essere, in un secondo momento, sciolto. Infine, l’ingolfamento delle cancellerie dei tribunali di domande d’accesso al concordato in bianco. Strumentali o meno che siano, un carico di lavoro che minaccia la paralisi. Temi su cui l’applicazione pratica potrà dare risposte.

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