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I concordati rimasti sulla carta non generano altra insolvenza

Sulla possibilità che l’inadempimento degli obblighi concordatari possa generare un nuovo fallimento, i giudici di merito prendono le distanze dall’orientamento della Cassazione. La Corte d’appello di Firenze (sentenza 16 maggio 2019) e il Tribunale di Ancona (sentenza 20 giugno 2019) hanno infatti respinto la richiesta di dichiarazione di fallimento non preceduta dalla risoluzione del concordato, nonostante la posizione più favorevole della Cassazione.

La questione

I casi nascono da concordati preventivi omologati ma poi non attuati, ossia non seguiti dalla puntuale realizzazione delle previsioni dei relativi piani.

Spesso “stimolati” dalle segnalazioni dei commissari giudiziali in ordine alla scadenza del termine decadenziale annuale, singoli creditori presentano istanze di risoluzione ai sensi dell’articolo 186 della legge fallimentare.

Quando il termine è trascorso senza iniziative di creditori concordatari (unici legittimati), non sono inoltre rare le istanze avanzate anche dai Pm per far dichiarare il fallimento anche in assenza della risoluzione (o dell’annullamento) del concordato omologato, invocando l’insolvenza del debitore perché inadempiente alle obbligazioni concordatarie.

I giudici di merito

La Corte d’appello di Firenze respinge il ricorso per dichiarazione di fallimento senza previa risoluzione del concordato, negando espressamente che l’inadempimento degli obblighi concordatari possa configurare una “nuova” insolvenza. Il Tribunale di Ancona conclude nel medesimo senso, ma motivando con il fatto che i rimedi della procedura concordataria hanno carattere di specialità e quindi prevalgono sulla disciplina generale prevista dall’articolo 6 della legge fallimentare.

La Cassazione

Ferma l’ammissibilità dell’accertamento di un’insolvenza dovuta a debiti sorti successivamente alla pubblicazione della domanda di concordato, la Cassazione ammette anche la pronuncia di fallimento sul presupposto (oggettivo) che l’inadempimento delle obbligazioni concordatarie e, quindi, di debiti anteriori (pur nella sola misura residua frutto della ristrutturazione attraverso concordataria) può generare nuova insolvenza. Per i giudici di legittimità (Cassazione 17 luglio 2017, n. 17703 e 11 dicembre 2017, n. 29632) le disposizioni speciali in materia di risoluzione del concordato non escluderebbero l’applicabilità delle norme generali; pertanto, il fallimento dovrebbe essere dichiarato quando risultino inadempiute le obbligazioni sorte prima della procedura concordataria, seppur nella più ridotta misura derivante dall’articolo 184 della legge fallimentare.

La rinuncia dei creditori

Decisiva invece nell’escludere la dichiarazione di fallimento per debiti inclusi nel concordato non risolto – e, dunque, nel rigetto della posizione della Cassazione – è però un’altra osservazione.

Con la decadenza dal diritto di risolvere il concordato, si consolida definitivamente la scelta dei creditori di soddisfarsi mediante l’esecuzione di tale procedura concorsuale, rinunciando tacitamente a far valere l’esistenza di termini per l’esecuzione dell’accordo. Al di là dell’evidente incompatibilità – sul piano procedurale – tra la permanenza del concordato e l’apertura del fallimento, è l’utilizzabilità della procedura fallimentare quale strumento di realizzazione del credito che viene meno. Non è questione di esistenza (che c’è) del credito, ma di mezzi di attuazione della garanzia patrimoniale.

Luca Boggio

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