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Concordati preventivi spinti dalle regole fiscali

La crisi economica che ormai dura da quasi quattro anni incide pesantemente sulla situazione finanziaria delle imprese, rendendone problematica la prosecuzione dell’attività. La recente riforma delle procedure concorsuali ha introdotto alcuni istituti che hanno lo scopo di aiutare le aziende a superare le difficoltà finanziarie e a consentire loro di proseguire l’attività, salvaguardandone i posti di lavoro e non distruggendone il vero patrimonio, che è costituito da un insieme di conoscenze e know-how. Questi istituiti sono:
nell’articolo 67, comma 3, lett. d) della legge fallimentare, secondo il quale non sono soggetti all’azione revocatoria fallimentare atti, pagamenti e garanzie concesse su beni del debitore, posti in essere in attuazione di un piano di risanamento attestato da un professionista, senza vaglio del Tribunale;
– nell’articolo 182-bis, che permette all’imprenditore in stato di crisi di sottoporre all’omologazione del Tribunale un accordo di ristrutturazione dei debiti che consti l’adesione da parte di creditori rappresentanti almeno il 60% dei crediti e assicuri il regolare pagamento dei creditori estranei all’accordo;
– nell’articolo 160, la cui nuova formulazione consente all’imprenditore in stato di crisi di presentare una proposta di concordato preventivo che può prevedere la prosecuzione dell’attività.
In questi anni, i primi due strumenti hanno suscitato molto interesse, ma in realtà i tempi necessari per raggiungere gli accordi con i creditori (sostanzialmente rappresentati dalle banche) si sono rivelati di frequente incompatibili con l’urgenza di affrontare la crisi, lasciando le imprese senza protezione contro le azioni cautelari ed esecutive individuali.
Rispetto al piano di risanamento attestato, concordato preventivo e accordo di ristrutturazione dei debiti:
– favoriscono l’accesso a nuova finanza, attraverso la possibilità di ammettere in prededuzione i finanziamenti effettuati da banche e soci (questi ultimi nella misura dell’80%);
– bloccano le azioni cautelari ed esecutive individuali dei creditori.
Il concordato preventivo, rispetto sia al piano di risanamento attestato, sia all’accordo di ristrutturazione dei debiti, assicura la protezione dalle azioni esecutive individuali ben oltre il ridotto limite temporale previsto dall’articolo 182-bis; facilita poi la formazione del consenso dei creditori, attraverso lo strumento della deliberazione a maggioranza, che estende a tutti i creditori la volontà espressa dalla maggioranza di questi. Ciò lo rende idoneo anche in casi in cui il debito complessivo dell’impresa in crisi sia frammentato verso una moltitudine di creditori (circostanza nella quale sia il piano di risanamento attestato, sia l’accordo di ristrutturazione dei debiti, sono meno praticabili in quanto presuppongono il raggiungimento di intese con ciascuno dei creditori a cui sono rivolti). Infine, grazie alla possibilità di suddividere i creditori in classi (secondo posizione giuridica ovvero interessi economici omogenei) alle quali applicare trattamenti differenziati, consente di derogare alla par condicio creditorum, riservando una minor falcidia ai “creditori strategici”, la cui continuità di fornitura è essenziale per la continuità aziendale.
Il concordato preventivo è caratterizzato inoltre da una più favorevole disciplina fiscale: le sopravvenienze attive derivanti, in capo al debitore, dalla riduzione dei debiti non sono imponibili e le perdite sofferte dai creditori sono deducibili senza che la deduzione sia subordinata a ulteriori più stringenti condizioni. Alla riforma della legge fallimentare non è, infatti, seguita la modifica delle disposizioni che disciplinano il trattamento tributario delle procedure di soluzione delle crisi di impresa. Ne consegue che all’accordo di ristrutturazione dei debiti non si estendono le previsioni del Tuir relative all’irrilevanza fiscale delle sopravvenienze attive da esdebitazione e alla deducibilità senza condizioni delle perdite realizzate dai creditori. Tale problema potrebbe essere risolto con la futura riforma fiscale (il disegno di legge delega recentemente approvato dal Governo contiene disposizioni in tal senso).
Il concordato preventivo attuato con continuazione dell’attività aziendale permette di mantenere il diritto al riporto delle perdite fiscali pregresse, che altrimenti, in caso di cessione a terzi dell’azienda, non sarebbero compensabili con i redditi dell’azienda una volta che questa fosse risanata.
In sintesi, l’articolo 160 consente all’imprenditore in stato di crisi, prescindendone dalla meritevolezza, di proporre ai creditori un piano concordatario di ristrutturazione, di liquidazione o misto (mediante cessione dei beni, attribuzione di azioni o obbligazioni), con o senza assuntori. In particolare il concordato preventivo con continuazione dell’attività, nei casi di crisi reversibili, si pone l’obiettivo di soddisfare i creditori in tempi più celeri e misura più conveniente rispetto al fallimento, connotato da durata lunga e forte distruzione di valore, fermo restando che ne dovrà essere valutata la convenienza rispetto al fallimento: se infatti il risanamento dell’impresa può generare flussi di cassa idonei a procurare una miglior soddisfazione ai creditori concorsuali, la continuazione dell’attività impone risorse da destinare a copertura del capitale investito e, come tali, sottratte al pagamento dei crediti concorsuali.

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