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Conciliazione più rapida

Meno costi, meno giorni, meno materie. La nuova conciliazione parte con il segno meno, nella speranza di vederne confermato il peso in termini di taglio del contenzioso civile in entrata. Se, infatti, è confermato l’obbligo del preventivo tentativo di conciliazione per chi intende avviare una causa civile, nello stesso tempo vengono eliminate dal perimetro delle materie interessate le liti in materia di responsabilità per danno provocato dalla circolazione di auto o barche. Prima però di poter approdare davanti a un giudice in materie come il condominio, la colpa medica o i contratti finanziari, assicurativi o finanziari è obbligatorio che le parti si rivolgano a un ente di conciliazione (sul sito del ministero della Giustizia ne sono registrati ormai 988).
Le tariffe sono quelle note (in vigore per la versione primigenia della conciliazione poi censurata dalla Corte costituzionale sotto il profilo della mancata corrispondenza con la delega della disciplina attuativa), parametrate sul valore della controversia. Restano i 40 euro di apertura del procedimento, ma la sua chiusura potrebbe anche essere a costi limitati. Perché il decreto legge prevede che, dopo essersi rivolte a un ente conciliatore, le parti saranno chiamate a un primo incontro di programmazione da convocare entro 30 giorni dalla presentazione della richiesta.
La conciliazione potrebbe però anche concludersi lì: i convenuti potrebbero constatare l’impossibilità di un accordo e la necessità di proseguire il contenzioso davanti all’autorità giudiziaria. In questo caso i costi saranno assai bassi: l’importo massimo complessivo delle indennità di mediazione per ciascuna parte, comprensivo delle spese di avvio del procedimento, è di 80 euro, per le liti di valore sino a 1.000 euro; di 120 euro, per le liti di valore sino a 10.000 euro; di 200 euro, per le liti di valore sino a 50.000 euro; di 250 euro, per le liti di valore superiore.
Il procedimento di conciliazione, in ogni caso, non potrà andare oltre i tre mesi, a fronte dei precedenti quattro. Restano le penalizzazioni per le parti che rifiutano anche solo di sedersi a discutere. Anche perché, sottolinea il ministero della Giustizia, i dati segnalano 215.689 iscrizioni di affari di mediazione tra il 21 marzo 2011 e il 30 giugno 2012, tempi di piena anche se prima operatività della condizione di procedibilità introdotta nel 2010. Di questi casi il 64,2% ha segnato la non comparizione dell’aderente (chiamato in mediazione dalla controparte), il 4,6% ha segnato la rinuncia del proponente prima dell’esito e il 31,2% dei casi la comparizione dell’aderente. L’accordo risulta raggiunto nel 46,4% dei casi di aderente comparso, con un risultato di oltre 31mila conflitti risolti nei circa 15 mesi iniziali di compiuta andata a regime.
Spirato il termine senza alcun esito può iniziare il processo vero e proprio. Ma il rifiuto alla proposta di conciliazione avanzata dal mediatore professionista può non restare senza esito. Sia nel caso in cui il provvedimento che definisce il giudizio corrisponde alla proposta sia quando il medesimo provvedimento non vi corrisponde interamente (e questa è una novità). Infatti, la parte che ha detto di no al mediatore, anche se risultata vincente, può vedersi esclusa dal rimborso delle spese sostenute nel periodo successivo al procedimento di conciliazione e vedersi condannata a rifondere quelle sostenute dalla controparte.
Per venire incontro alle richieste degli avvocati (che peraltro ieri hanno all’unanimità contestato le misure) è previsto l’obbligo di sottoscrizione dei legali per dare forza esecutiva all’accordo e il riconoscimento agli avvocati iscritti della qualifica di mediatore.

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