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Conciliazione alla Corte Ue

di Giovanni Negri

Conciliazione senza pace. Perché, dopo due rinvii alla Corte costituzionale, adesso arriva quello alla Corte di giustizia europea. A deciderlo è stato il tribunale di Palermo, sezione distaccata di Bagheria, che, nell'ambito di una controversia riguardante una locazione (da marzo questa tipologia, come parecchie altre, è soggetta a un tentativo di mediazione obbligatorio e inteso come condizione di procedibilità) ha chiamato in causa i giudici europei sotto una pluralità di profili.

Il punto di riferimento è allora la direttiva 2008/52/Ce che, sia pure riferita a controversie transfrontaliere, può ben essere ritenuta rilevante anche per le cause nazionali. Il primo profilo è quello delle competenze di cui deve essere dotato il mediatore. Tenuto conto del fatto che «l'idoneità al corretto e sollecito svolgimento dell'incarico», prevista dal decreto legislativo 28/2010, deve coesistere con il requisito della semplice laurea triennale introdotto in seguito dal decreto ministeriale attuativo (Dm n. 180 del 2010). La Corte di giustizia dovrà valutare la compatibilità di queste previsioni con la disciplina comunitaria: se cioè quest'ultima può essere interpretata nel senso di un obbligo di competenze anche giuridiche (l'ordinanza di rinvio propende nettamente per il sì) e nel senso di stabilire che la scelta del mediatore da parte del responsabile dell'organismo deve avvenire tenuto conto delle specifiche competenze possedute in rapporto alla lite da affrontare. Questione cruciale perché i giudici siciliani ritengono che i costi della procedura si possono giustificare solo se il servizio fornito è di elevata qualità. Altro quesito posto è relativo al rapporto tra la direttiva e i criteri nazionali di competenza territoriale nella prospettiva di incentivare il ricorso alla conciliazione. «Dalla mancata previsione di criteri di competenza – sottolinea l'ordinanza che pone la questione pregiudiziale –, possono derivare pregiudizi alle parti meno attrezzate (a quelle cosiddette deboli), nonché utilizzi distorti dell'istituto della mediazione e minore efficacia dello stesso, che ha tante più probabilità di successo quanto più si agevola la partecipazione dei litiganti e ciò pure sotto il profilo della vicinanza dell'organismo di mediazione al luogo di residenza delle parti o, almeno, di quella debole». Permettere, invece, la scelta di una sede della mediazione lontana per la controparte favorisce l'insuccesso della procedura.

Ultimo punto, la possibile formulazione di una proposta di accordo da parte del mediatore indipendentemente dalla volontà delle parti e la possibile forza coercitiva messa in campo in questo modo. Una «forzatura», pare ai giudici siciliani, che sfugge completamente al controllo delle parti e istituisce un'anomala appendice al procedimento di conciliazione quando le parti non hanno raggiunto un'intesa. Anzi, il paradosso potrebbe essere quello di una radicalizzazione delle proprie pretese.

Davanti alla pronuncia del tribunale di Palermo esulta l'Oua che ricorda i rinvii alla Consulta decisi dal Tar Lazio e a Parma e, per bocca del presidente Maurizio de Tilla, avverte che «a questo punto prima che continuino a moltiplicarsi ulteriori provvedimenti di rimessione alla Consulta e alla Corte europea, non sarebbe più saggio che il neo ministro della Giustizia, Nitto Palma, riaprisse il dialogo con l'avvocatura, modificando la mediaconciliazione e rendendola facoltativa?».
 

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