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Concessioni e spiagge, cinque anni in più

ROMA — Si accorcia ma resiste (almeno per ora) la proroga delle concessioni per gli stabilimenti balneari. Il decreto legge Sviluppo approvato ieri dalla commissione Industria del Senato, sul quale oggi in Aula il governo metterà la fiducia, prevede un rinvio di cinque anni per le gare che sarebbero dovute partire il primo gennaio del 2016. Una decisione presa all’unanimità, che ha scavalcato il parere contrario del governo. E che riduce di parecchio la proroga rispetto alla prima proposta dai relatori, Filippo Bubbico del Pd e Simona Vicari del Pdl, che avevano chiesto un rinvio di 30 anni. Non è ancora detta l’ultima parola, però.
Oggi il governo presenterà il maxiemendamento per accelerare la discussione. La prassi seguita in questo anno di governo Monti è stata sempre quella di ricalcare pari pari il testo uscito dalla commissione. E, anche se con il passare dei giorni l’esecutivo è sempre meno forte, questa volta ci potrebbe essere un’eccezione. Nel maxi emendamento, e quindi nel testo da approvare con la fiducia al Senato e poi da trasmettere alla Camera, non è escluso che la proroga venga cancellata anche nella sue versione mini. «Spero di sbagliarmi ma temo che andrà così» dice Pietro Gentili, segretario generale della Silb, il sindacato dei balneari che insieme alla altre sigle della categoria giudica il rinvio di cinque anni «insufficiente». Perché questo pessimismo?
L’obbligo di mettere a gara le concessioni demaniali marittime, così come tutti i servizi che non sono sul mercato, nasce da una norma europea. Si tratta della direttiva Bolkenstein, approvata a Bruxelles quando Mario Monti era ancora commissario alla Concorrenza. Per il governo, e in particolare per il premier, è una questione di principio. E ieri, proprio da Bruxelles, il ministro dell’Economia Vittorio Grilli non ha glissato sulla questione: «Ci viene chiesto di privatizzare e di dismettere asset. Siamo impegnati a farlo, penso che tutte le decisioni debbano essere coerenti con questo obiettivo». Azzerare la proroga nel maxiemendamento, però, sarebbe una rottura della prassi seguita da un anno a questa parte. E potrebbe mettere a rischio la conversione dell’intero decreto, comprese le novità formalizzate nelle ultime ore, come il mantenimento del tetto di 500 milioni di euro per il credito d’imposta sulle opere infrastrutturali, la nuova mediazione sui medicinali generici che ammorbidisce l’apertura fatta con la spending review ma non la cancella del tutto come chiedevano diversi emendamenti bipartisan. Il medico avrà la possibilità di prescrivere il farmaco generico o quello di marca, motivando la scelta in questo secondo caso. Adesso invece c’è l’obbligo di indicare il generico con la facoltà di prescrivere quello di marca, sempre con una specifica motivazione.
Per evitare lo scontro con il Parlamento sulle concessioni balneari, il governo ha pronto anche un piano B. Lasciare la proroga di cinque anni nel decreto Sviluppo per poi toglierla utilizzando un altro decreto, il Mille proroghe, l’ultimo vagone parlamentare che come sempre verrà approvato a ridosso della fine dell’anno. Molto dipende dalla tenuta del governo e dai rapporti con la strana maggioranza che oramai si prepara al voto. Ieri, proprio al Senato, l’esecutivo ha incassato l’ennesima fiducia ottenendo solo 194 sì, uno dei livelli più bassi in questo anno di vita. Il voto riguardava il decreto legge sui costi della politica, quello varato dopo la scandalo Batman alla Regione Lazio che prevede il taglio del numero di consiglieri, degli stipendi degli assessori e dei contributi ai gruppi. Dal testo è stato eliminato il controllo preventivo della Corte dei conti sui singoli atti regionali mentre resta il taglio dei trasferimenti statali per chi non rispetta le regole. Il decreto passa alla Camera dove già oggi sarà messo ai voti visto che deve essere convertito entro domenica. Restano da sciogliere alcuni nodi sul terremoto in Emilia che saranno recuperati nella legge di Stabilità.

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