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Concessioni demaniali sul mercato

Concessioni demaniali: la liberalizzazione potrebbe tradursi in un’interessante area di attività per i professionisti

Per non incorrere nelle sanzioni previste in caso di disapplicazione della direttiva Bolkestein l’Italia dovrà rinnovare entro il 2014 circa 25.000 concessioni a 12.000 stabilimenti balneari in tutta Italia.

Con 7.375,3 km di costa marina, 5.017,1 km dei quali balneabili ed interessati dalle concessioni sul demanio marittimo le spiagge italiane rappresentano un forte potenziale di ingressi per l’amministrazione statale.

La gestione delle concessioni demaniali, come tutte le concessioni, risultano sottoposte alla Direttiva Servizi approvata dalla Ue nel 2006.

L’applicazione della direttiva ha però subito una serie di rallentamenti in quanto il tema coinvolge una pluralità di soggetti al quale il federalismo demaniale ha nel frattempo delegato la regolamentazione.

Tanto che nel 2008, l’Unione europea ha attivato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia sul presupposto che la disciplina interna, prefigurando il rinnovo automatico senza gara, delle concessioni in scadenza, costituisse un ostacolo all’accesso al mercato di nuovi operatori economici. Questo ha spinto il governo a una revisione complessiva della materia che dovrebbe avvenire tramite un decreto legislativo, nel quale si prevede l’affidamento delle concessioni demaniali marittime mediante gara ad evidenza pubblica.

La bozza di decreto legislativo del ministro per gli Affari regionali e il turismo, Piero Gnudi, sul riordino della legislazione in materia di concessioni demaniali marittime prevede che le regioni mettano a gara le concessioni entro il 2014.

In Italia il Wwf stima che sono poco meno di 25 mila le concessioni demaniali legate a poco meno di 12 mila stabilimenti balneari. Uno Studio Doxa stima che il numero degli stabilimenti balneari è praticamente raddoppiato dal 2001.

Si tratta quindi di circa 12 mila aziende con un fatturato aggregato di circa 1,4 miliardi di euro e una media di fatturato per stabilimento che si aggira attorno ai 250 mila euro con differenze anche sostanziali a seconda dalla regione che vedono gli stabilimenti più redditizi situati per la maggior parte nelle regioni del Nord Italia con in testa l’Emilia-Romagna, il Veneto, la Toscana e la Liguria.

La legge 221 del 17 dicembre 2012 ha prorogato le concessioni balneari al 31 dicembre 2020. Ma la messa a gara delle concessioni entro il 2014 rappresenta un’interessante occasione per i consulenti.

«La nuova normativa nazionale, se coerentemente sviluppata e applicata a livello regionale e comunale, potrebbe aprire il mercato dei servizi turistici», spiega Bruno Barel dello Studio Barel & Malvestio di Treviso, «incentivando la modernizzazione delle aziende e l’ottimizzazione della loro gestione con investimenti significativi, se del caso anche internazionali.

Ciò non significa necessariamente penalizzare le imprese che oggi operano nel settore, poiché la loro professionalità ed esperienza, quando c’è davvero, resta un fattore competitivo importante, apprezzabile in misura notevole secondo i parametri fissati dalla legge.

Significa certamente ridurre le rendite di posizione non più giustificate in un mercato efficiente.

I beni demaniali sono una delle grandi risorse del Belpaese, ma sono sempre stati gestiti al di sotto delle potenzialità che avrebbero potuto generare, anche a livello economico per l’erario, con la convinzione da parte dei gestori di continuare a godere di beni pubblici in cambio di canoni spesso irrisori e comunque mai aggiornati in rapporto ai valori reali e alla redditività effettiva assicurata della disponibilità di aree pubbliche.

L’adozione della nuova normativa potrebbe apportare cambiamenti, automatici», continua Barel, «se non sarà annacquata a livello attuativo e non si continuerà con le proroghe. La durata dei titoli concessori rilasciati dovrà collocarsi entro un arco temporale «misurabile» (sino a 25 anni per l’arenile), proporzionato agli investimenti. Peseranno nella competizione fattori come la qualità progettuale degli interventi, la loro sostenibilità ambientale, gli standard dei servizi offerti e i livelli occupazionali garantiti.

La necessità di assicurarsi una più lunga durata della concessione e di avere maggiori chances in gara porterà all’incremento degli investimenti ed all’ammodernamento delle strutture, a tutto vantaggio della qualità dell’offerta turistica e anche della manutenzione dei beni demaniali. Il possibile aumento dei costi di gestione ben potrà essere compensato dalla maggiore efficienza e attrattività dei servizi e comunque potrà essere assorbito senza aggravi per la clientela là dove sussistano margini di profitto ingiustificati», conclude Barel.

Non tutti sono però concordi nel considerare gli elementi di modernità nella gestione del demanio pubblico introdotti dalla normativa.

«Per quanto concerne il Veneto, la soluzione prospettata dal governo centrale non sembra totalmente innovativa», commenta l’avvocato Franco Zambelli, partner dello Studio Legale Zambelli Tassetto e presidente dell’Associazione veneta degli avvocati amministrativisti, «in quanto la disciplina regionale sul turismo già prevede il rinnovo delle concessioni mediante procedura comparativa, con un meccanismo «premiale» in ragione del quale la durata della concessione è proporzionata agli investimenti profusi.

Considerato l’impatto che la nuova disciplina è destinata a imprimere su tale segmento di mercato, in particolare per i dieci comuni veneti della fascia costiera da Bibione a Porto Tolle dove sono oltre 500 le concessioni gestite in forma imprenditoriale in oltre 100 km di litorale attrezzato», conclude Zambelli, «non è da escludere che possano ingenerarsi ulteriori frizioni tra governo nazionale e Regione Veneto, sulla falsa riga di quanto di recente avvenuto in tema di aperture domenicali».

«Il decreto presentato ha come suo maggior limite quello di non considerare adeguatamente la posizione del concessionario uscente che viene tutelato solo da un indennizzo a carico del subentrante e da una valutazione della sua professionalità in fase di aggiudicazione», dice Guido Barzazi dello Studio Legale Borgna di Trieste. «Dubbia è la capacità di questa disciplina di aprire il mercato a investitori esterni e di valorizzare maggiormente il demanio turistico, considerato che nella maggior parte dei casi gli operatori del settore sono micro o piccole imprese, che hanno forti legami con il territorio e sviluppano complesse integrazioni con il sistema alberghiero, la cui azione, anche in termini di tutela dell’ambiente naturale costiero, è difficilmente sostituibile».

Altrettanto dubbia, aggiunge Barzani, «è l’effettiva coerenza di questa disciplina con le politiche comunitarie considerando che, da un lato, questa contrasta con la risoluzione del Parlamento europeo del settembre 2007 che imponeva misure compensative a tutela dei diritti delle imprese balneari, dall’altro, non considera che sono state riconosciute alla Spagna deroghe all’applicazione della Direttiva Bolkestein per ragioni di tutela ambientale e di salvaguardia del patrimonio immobiliare e imprenditoriale».

«Riguardo allo spinoso tema delle concessioni su aree demaniali marittime, sarebbe auspicabile da parte dei nostri rappresentanti, una maggiore attenzione alla fase genetica delle normative europee», dice l’avvocato Nunzio Bevilacqua direttore della Rivista Giuridica Notarilia, «poiché è in quella sede che è possibile sollevare istanze e proporre interventi, adattativi prima ed eventualmente correttivi dopo, rispetto nostre peculiarità territoriali. Nella fase applicativa siamo infatti limitati ad “acrobazie legislative” i cui risultati sono spesso tutt’altro che soddisfacenti».

«Se, secondo le regole comunitarie ci troviamo di fronte a “servizi su suolo pubblico” che in quanto tali, devono essere aperti alla libera concorrenza», aggiunge Bevilacqua, «la stessa non deve essere distorsiva portando un danno diretto alle piccole imprese ed uno indiretto ai fruitori dei servizi.

Le proroghe, conclude, necessarie in un momento emergenziale come quello attuale per non far morire un comparto turistico in piena sofferenza, dovrebbero essere utilizzate responsabilmente per una definitiva riorganizzazione del settore».

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