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Conad, caccia alle reti Farma e ottica per allargarci

Dobbiamo diventare più grandi, ma anche più bravi. Siamo pronti a investire nella crescita, anche con altre acquisizioni. Lo facciamo guardando anche a settori diversi rispetto al food: dalle parafarmacie, al petfood fino ai negozi di ottica, reti che già un po’ abbiamo in casa. Ma puntiamo a rafforzare il network di discount, è il settore che cresce di più. Nella grande distribuzione conta la massa critica, indispensabile per recuperare efficienza nel flusso di merci, nella logistica. Soprattutto in un momento in cui si riaffacciano vecchi temi come l’inflazione, che già si vede nella filiera del packaging, con prezzi che vogliamo riassorbire e non riversare sul consumatore. L’altro capitolo chiave è investire nella sostenibilità, se no i clienti si perdono». Francesco Pugliese, guida il gruppo Conad, prima realtà del paese nella distribuzione dove lavora secondo un modello associativo che oggi conta 2.350 soci e oltre tremila punti vendita. Domani presenterà al mercato il proprio Bilancio di Sostenibilità, «grazie all’impegno di soci, cooperative e consorzio». Spiegherà anche gli investimenti futuri per ridurre le emissioni con l’obiettivo di superare il 70% delle confezioni di prodotti Conad sostenibili entro il 2022, quando peraltro il gruppo festeggerà i 60 anni.

«Abbiamo avviato anche la creazione della Fondazione Conad Ets, che sosterrà progetti e iniziative che rispondano agli Sustainable Development Goals del 2030 con l’aiuto del Sustainability Lab della Bocconi: costituirà l’anello di congiunzione tra i nostri valori e la nostra organizzazione economica. Solo nel 2020 abbiamo già investito 30 milioni in attività di sostenibilità sociale. Poi abbiamo guardato ai giovani e agli ultimi, sempre più numerosi», anticipa Pugliese.

È al vertice del gruppo da 16 anni, un periodo in cui Conad ha raddoppiato il fatturato e la quota di mercato, oggi pari al 15,1%. Nel 2019 ha strappato la prima posizione nella classifica nazionale a Coop, confermata anche nel 2020 con 15,9 miliardi di fatturato, in crescita del 12%, trainato dal completamento dell’integrazione dei negozi ex Auchan.

Pugliese, ex direttore generale Europa di Barilla, siede su un cantiere in continua trasformazione. Immagina scenari ed evoluzioni di un settore messo sotto pressione. Lavora anche su una nuova piattaforma nazionale per l’ecommerce.

Come funzionerà?

«Non solo i nostri prodotti saranno in vetrina ma anche soluzioni per tutta la famiglia, dalle polizze, ai contratti per luce e gas, ai viaggi studiati ad hoc. Sarà un ecosistema digitale insomma, ci sarà tutto quello che serve ai clienti sotto il cappello di un marchio che ha conquistato la fiducia di 12 milioni di consumatori. Saremo operativi entro l’anno, anche con un’app. Investiamo su tutta la catena della supply chain per avere costi ragionevoli per il servizio di consegna che per noi vale già 200 milioni di fatturato. Perché l’ecommerce ha costi elevati».

Com’è questo inizio d’anno?

«Siamo soddisfatti perché abbiamo retto tutte le tensioni e servito il consumatore. Ma non siamo felici perché il contesto è ancora di incertezza economica, — anche se c’è voglia di ripartire e il Pnrr darà una spinta forte —, tra tensioni sociali, consumi incerti e l’inflazione che rivedremo nel secondo semestre e dovremo imparare a conviverci».

E le vendite?

«Nei primi mesi dell’anno sono cresciute del 3%. Pensiamo di chiudere il 2021 con un più 5%, quindi va bene. Siamo stati sotto stress e lo siamo tuttora, per questo devo ringraziare le filiere, quasi 5.500 Pmi locali dell’agroalimentare, i 65 mila collaboratori e chi opera nei 52 centri di logistica. Certo le grandi strutture come gli ipermercati hanno sofferto ma il mondo dei negozi più cittadini è cresciuto molto, anche i discount, un settore al quale guardiamo per la crescita di domani. La nostra bravura sarà poi fidelizzare chi, in piena pandemia, ha dovuto per forza rivolgersi ai nostri negozi di prossimità. Lavoriamo in un mondo fatto di persone e abbiamo aperto alla sostenibilità, cosa che ci obbliga a continuare a guardare avanti e a farci venire nuove idee, soprattutto a diventare più efficienti. Siamo in mezzo a un piano da 1,5 miliardi di investimenti che sarà completato nel 2022».

Quali idee?

«La filiera va accorciata, resa più dinamica con innovazione di prodotto e processo. Perché digitale non vuole dire fare solo ecommerce ma aumentare la relazione con il cliente. Significa raccogliere i Big data per accompagnarlo prima, durante e dopo la spesa, fornire servizi con il concetto dell’omnicanalità. Non guardiamo solo ad Amazon integrando fisico e digitale. Il gruppo di Jeff Bezos non deve rispettare le stesse regole — al di là delle tasse che ora pagherà — nell’etica del lavoro e del commercio, dove può fare i Black Friday quando vuole».

C’è in vendita la Alco di Brescia, voi siete in corsa.

«Le regole della grande distribuzione sono uguali a quelle dell’industria. Le difficoltà di questa fase accelereranno i passaggi generazionali o comunque le scelte. Abbiamo depositato una manifestazione di interesse per una porzione dei venti negozi in vendita. Se si fa parte di una cooperativa di imprenditori, la vocazione è la crescita, tra aperture e acquisizioni. E questo è il momento giusto perché, per usare una metafora calcistica (Pugliese è di forte fede juventina, ndr), adesso si apre la campagna acquisti. Ma la maggior parte del lavoro, e questo vale per tutte le insegne, sarà riqualificare i punti vendita, renderli più tecnologici ma anche rivedere gli spazi, ridimensionarli e renderli eccellenti».

Come settore, avete sempre lamentato poca attenzione da parte del governo. Ora avete anche un vice ministro..

«Con il governo di Mario Draghi, il ministro Giorgetti ha dato questa delega al viceministro Gilberto Pichetto Fratin e questo è positivo. Ora ci vuole una semplificazione normativa, un taglio della burocrazia, visto che oggi in media ci vogliono da cinque a dieci anni per aprire un supermercato: bisogna snellire attraverso controlli ex post, non ex ante».

A che punto siete con la gestione degli esuberi di Auchan?

«Delle oltre 6 mila persone in esubero al momento del passaggio dobbiamo ricollocarne ancora 180, che sono in cassa integrazione ma sono fiducioso che troveremo loro una sistemazione entro l’anno. Gli altri sono diventati dipendenti nostri o di Ovs e Unieuro, alcuni hanno voluto essere piccoli imprenditori soci di Conad, molti hanno accettato incentivi all’esodo».

Non vi va stretto il modello associativo?

«È un sistema vincente in Francia con Leclerc e Intermarché in cima alla classifica, e lo è in Germania con Edeka e Rewe. Questo modello potrebbe essere adottato anche dai commercianti di altri settori che potrebbero gestire al meglio, con dimensioni adeguate, il marketing e la reputazione, sia per crescere all’estero, sia per rafforzarsi in Italia. Valorizzerebbero il prodotto italiano. I nostri sono al 90% made in Italy. Abbiamo costruito un sistema che tiene, con 2,910 miliardi di patrimonio netto, 300 milioni in più del 2019. Pensiamo sempre a Wallmart quando parliamo di distribuzione, ma la seconda catena Usa è una cooperativa».

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