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Con le attività all’estero Unico si «moltiplica»

Le complicazioni di Unico non finiscono di stupire. E di costare al contribuente. La sezione XIV – B del modello Unico persone fisiche, dedicata alla liquidazione dell’imposta sul valore delle attività finanziarie al l’estero, dovrebbe essere presa a base per l’inizio di un approfondimento sul rapporto fra gettito e costo dell’adempimento fiscale, intendendo per costo non solo quello sostenuto dal contribuente, ma anche quello sostenuto dall’amministrazione finanziaria per i controlli.
Le istruzioni avvertono infatti che si deve utilizzare un rigo per ogni attività finanziaria detenuta all’estero.
Anche in occasione di Telefisco 2013, nella risposta dall’emblematico titolo «Servizi ai contribuenti», si precisa che «il modello è predisposto per l’indicazione analitica delle attività finanziarie; per ciascuna attività, esclusi i conti correnti e i libretti, devono essere compilati più righi qualora nel corso dell’anno siano variati la quota o il periodo di possesso».
Consegue che se una persona fisica residente in Italia ha detenuto all’estero, nel corso del periodo d’imposta, anche in diversi periodi di tempo, una cinquantina di titoli (il che, in caso di gestioni patrimoniali, accade frequentemente anche per portafogli di valore inferiore a 500mila euro) dovrebbe compilare una cinquantina di righe RM34 (quindi una cinquantina di modelli, dato che ogni modello contiene una sola riga RM34), che potrebbero moltiplicarsi nel caso in cui, nel corso dell’anno, la quota di possesso sia variata una o più volte.
Ma questo è il minore dei problemi. Il fatto è che per compilare la colonna 1 (Valore attività finanziaria) e la colonna 3 (Periodo) occorre fare calcoli, riclassificando i dati dalle comunicazioni periodiche della banca estera, che anche con un foglio elettronico richiedono parecchie ore.
La circolare 28/E del 2012 stabilisce che il valore delle attività finanziarie è costituito dal valore di mercato, rilevato al termine di ciascun anno solare nel luogo in cui esse sono detenute, anche utilizzando la documentazione dell’intermediario estero.
Qualora le attività non siano più possedute alla data del 31 dicembre si deve fare riferimento al valore di mercato delle attività rilevata al termine del periodo di detenzione.
Quindi, se un titolo, nel corso dell’anno è stato posseduto per 100 giorni e non è più detenuto al 31 dicembre, in colonna 1 si indicherà il valore al termine del periodo di detenzione (presumibilmente il giorno prima della vendita o del rimborso) e in colonna 3, 100 giorni. Lo stesso si farà se il titolo è stato acquistato in corso d’anno ed è ancora detenuto al 31 dicembre, indicando però in colonna 1 il valore al 31 dicembre.
Se però un titolo, nel periodo d’imposta, è stato acquistato e venduto in più tranche, l’unico modo per compilare una sola riga è effettuare una sorta di conteggio “scalare” delle quantità possedute, per calcolare le quantità mediamente detenute nel periodo di possesso e moltiplicare questo dato per il valore unitario rilevato, a secondo dei casi, al termine del periodo di detenzione (se al 31 dicembre non si detiene più del tutto il titolo) o al 31 dicembre, se in tale data vi è una giacenza residua. Nel primo caso, in colonna 3 si indicherà il totale dei giorni dell’anno in cui è stata posseduta almeno un’unità del titolo; nel secondo caso si indicherà 365 (366 negli anni bisestili, come appunto il 2012).
L’esempio a fianco (un quarto d’ora di lavoro di persona con buon grado di scolarizzazione) riguarda solo tre titoli: alfa1, beta2 e gamma3.
Considerato che un patrimonio di 500mila euro genera un gettito, per il 2012, di 500 euro e che al tempo richiesto per i conteggi si deve aggiungere quello richiesto per la compilazione della modulistica, il costo del l’adempimento, per il contribuente, è certamente superiore al gettito.
Considerato poi che, presumibilmente, in molti casi l’Agenzia dovrà controllare se i conteggi sono esatti, si può stimare per difetto, che l’Ivafe sottrae al sistema il doppio delle risorse che genera.
Per i contribuenti che desiderino a ogni costo investire all’estero la via d’uscita è affidare le attività finanziarie in amministrazione a una fiduciaria italiana la quale provvederà ad applicare, in luogo dell’Ivafe, l’imposta di bollo ordinaria, ma pare francamente irragionevole che non esistano soluzioni più semplici e meno onerose.

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