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Con la direttiva Ue il diritto interno fa rotta sul penale

Spazio alle sanzioni penali nell’ottica della tolleranza zero verso gli abusi di mercato per evitare che l’utilizzo illecito di informazioni privilegiate comporti una manipolazione del mercato. In questa direzione, l’Unione europea ha proceduto al restyling del sistema di lotta con l’adozione, il 14 aprile, della nuova direttiva 2014/57/Ue relativa alle sanzioni penali in caso di abusi di mercato, funzionale a garantire l’integrità dei mercati. Ma la Ue non è intervenuta solo sul fronte delle sanzioni. Ha, infatti, dato il via all’adozione di nuove regole con il regolamento n. 596/2014 relativo agli abusi di mercato e che abroga la direttiva 2003/6/Ce, nonché con la direttiva 2014/65/Ue relativa ai mercati degli strumenti finanziari e che modifica la direttiva 2002/92/Ce e la 2011/61/Ue.
È soprattutto la direttiva sanzioni ad apportare le più significative novità. Il testo, poi, dovrebbe togliere spazio a dubbi interpretativi sorti anche in relazione al caso Grande Stevens deciso dalla Cedu. Nella sua difesa, infatti, il Governo italiano sosteneva che la direttiva 2003/6 (recepita in Italia con legge n. 62/2005, che ha modificato il testo unico in materia di intermediazione finanziaria) consentiva la doppia applicazione di sanzioni penali e amministrative (articolo 14). Una posizione già criticabile alla luce del testo Ue ma che certo non potrà avere più spazio in futuro.
Con la nuova direttiva 2014/57 – che dovrà essere recepita entro il 3 luglio 2016 – guadagnano spazio le sanzioni penali e arretrano, fino quasi a scomparire, quelle amministrative che, come emerso da numerosi rapporti della Commissione europea, si sono mostrate inefficaci nella lotta agli abusi di mercato. Di conseguenza, gli Stati, messa a regime la direttiva 2014/57, dovranno prevedere, in via obbligata per le persone fisiche, sanzioni penali. Per i casi di abuso di informazioni privilegiate, raccomandazione o induzione di altri alla commissione di un abuso di informazioni privilegiate – precisa la direttiva – gli Stati devono predisporre «almeno nei casi gravi e allorquando siano commessi con dolo», «la pena della reclusione per una durata massima non inferiore ad anni quattro». Per i reati come la comunicazione illecita di informazioni privilegiate, in presenza di dolo, è sempre prevista la pena della reclusione per una durata massima non inferiore a due anni. Diverso il caso delle sanzioni verso le persone giuridiche dove, per lasciare un margine di discrezionalità agli Stati e non compromettere principi di base degli ordinamenti nazionali, potranno essere comminate sanzioni di natura non penale come, tra le altre, «l’esclusione dal godimento di contributi o sovvenzioni pubblici l’interdizione temporanea o permanente dall’esercizio di un’attività d’impresa».

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