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Con la Centrale rischi per l’insolvenza basta la difficoltà economica

L’insolvenza che giustifica la segnalazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia non coincide con la nozione prevista dalla legge fallimentare, ma riguarda ogni stima negativa della situazione economico-patrimoniale del debitore. È quanto afferma la Corte d’appello di Caltanissetta (presidente Perriera, relatore Canto) in una sentenza dello scorso 6 maggio.
Il giudizio è stato promosso da un professionista, dopo che la banca presso cui era titolare di un conto corrente lo aveva segnalato alla Centrale rischi. Il giudice di primo grado aveva rigettato la richiesta di declaratoria di illegittimità dell’iscrizione. Così l’uomo ha proposto appello, reiterando la domanda di cancellazione del suo nominativo dagli elenchi della Centrale e chiedendo la condanna della banca al risarcimento dei danni provocati alla sua reputazione. A sostegno del gravame, l’appellante ha dedotto che il semplice inadempimento è inidoneo a determinare l’automatico passaggio della posizione debitoria in sofferenza; il professionista ha inoltre sostenuto che la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi era contraria alle regole della buona fede.
Nel respingere l’impugnazione, la Corte d’appello si sofferma, innanzitutto, sulla nozione d’insolvenza quale requisito (in base alla circolare della Banca d’Italia n. 139 dell’11 febbraio 1991) per la segnalazione della posizione di sofferenza. Tale nozione «non si identifica con quella propria fallimentare», ma consiste – afferma la Corte, che richiama la sentenza 26361/2014 della Cassazione – «in una valutazione negativa della situazione economico-patrimoniale, apprezzabile come deficitaria, ovvero come di “grave difficoltà economica”». Di conseguenza, in questa valutazione non si deve fare «alcun riferimento al concetto di incapienza o irrecuperabilità» né assume «rilievo la manifestazione della volontà di non adempiere, seppure giustificata da una seria contestazione dell’esistenza del credito».
Nel caso in esame, dal 1997 al 2001 il professionista non aveva effettuato alcuna movimentazione nel proprio conto corrente. Inoltre, nel marzo 2000 e nel gennaio 2001 la banca gli aveva scritto invitandolo a ripianare l’esposizione debitoria, senza ricevere alcun riscontro. Solo nel settembre 2001, dopo la segnalazione alla Centrale rischi, il correntista aveva proposto di pagare, in via transattiva, 25milioni di lire.
Il «comportamento protratto per lungo tempo» dimostrava quindi che l’appellante si trovava in una situazione d’insolvenza. L’istituto di credito aveva, dunque, «legittimamente operato», giacché – conclude la Corte territoriale – la segnalazione era stata effettuata in base a una valutazione complessiva del cliente, «non limitata alla considerazione del mero ritardo nel pagamento».

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