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«Con il pacchetto crescita +0,2% di Pil»

Le nuove misure di finanza per la crescita cui sta lavorando il Governo e che dovrebbero essere adottate con un decreto entro maggio avranno un effetto espansivo sul prodotto interno di almeno due decimali. Lo ha anticipato ieri il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenendo al Salone del risparmio a Milano. «Nel Def che verrà pubblicato nei prossimi giorni – ha detto Padoan – abbiamo valutato l’impatto del nuovo pacchetto di misure di finanza per la crescita. Queste valutazioni indicano che l’insieme delle misure introdotte potranno generare una crescita aggiuntiva dello 0,2% del Pil rispetto allo scenario base e fino all’1% in più sul lungo periodo». Tra le misure in preparazione l’esenzione totale del prelievo sui capital gain per chi investe sulle Pmi e sgravi sugli utili reinvestiti (si veda Il Sole24Ore del 15 marzo).
In queste ultime ore prima del varo del Def, atteso per domani, ci sarà un’ultima valutazione del quadro macro partendo da un punto fermo: almeno per il 2016 la crescita del Pil, ancora formalmente stimato a +1,6%, sarà rivista al ribasso. La forchetta sarebbe scesa tra l’1,2% e l’1,3%, anche se tra i tecnici c’è ancora chi non esclude del tutto che possa essere posizionata a quota 1,4 per cento. La crescita 2016 del Pil reale in versione rivista verrebbe quanto meno confermata per gli anni 2017 e 2018, anche se non è stata ancora accantonata l’ipotesi di posizionare l’asticella all’1,5-1,6 per cento. In ogni caso il Pil reale stimato per il 2019 sarà più elevato. Dalla scelta finale della previsione di crescita dipende la calibratura del Pil nominale che per il 2016 e il 2017, con una variazione in termini reali pari a 1,2-1,3%, dovrebbe superare (anche se non di molto) il 2%. E in questo modo dovrebbe essere possibile mantenere gli impegni sulla riduzione del rapporto debito/Pil. Tornando a quest’anno, il rapporto deficit-Pil dovrebbe rimanere collocato al 2,4%, anche se quest’ultimo saldo è sotto la lente della Commissione Ue, impegnata a valutare gli spazi di flessibilità da concedere all’Italia. Nel caso da Bruxelles non dovesse arrivare l’ok all’utilizzo dell’intero margine richiesto, il Governo dovrà procedere a un aggiustamento “amministrativo”, di circa 2,5-3 miliardi contando sulle risorse dalla voluntary disclosure, dai risparmi sugli interessi e, eventualmente, da una rimodulazione del pacchetto cultura dell’ultima legge di stabilità.
A Milano il ministro dell’Economia è tornato sulle aspettative per una ripresa debole «nonostante le misure particolarmente aggressive di politica monetaria» in un’Europa afflitta anche dalla bassa inflazione. La congiuntura resta fiacca rispetto a quella statunitense: «Per la debole attività degli investimenti, causata dall’elevata incertezza e dalla bassa domanda».
Ieri intanto l’Ufficio parlamentare di Bilancio è tornato con un focus tematico sulla questione del calcolo dell’output gap, vale a dire la differenza tra crescita potenziale e crescita effettiva con il quale viene calcolato il deficit strutturale. Il tema era stato sollevato la settimana scorsa dal nostro ministro dell’Economia che in una lettera sottoscritta da sette colleghi (Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Portogallo, Repubblica Slovacca, Slovenia, Spagna) ha proposto alla Commissione modifiche temporali sulle previsioni allungandole da due a quattro anni, ovvero il timing usato dal singoli Paesi. La missiva è stata accolta con cautela a Bruxelles ed è improbabile che l’armonizzazione richiesta venga accolta in tempi brevi.
Nell’analisi dell’UpB si conclude che in effetti il calcolo fatto dalla Commissione su un orizzonte previsivo più breve risulta più sfavorevole nelle fasi negative del ciclo poiché induce a una chiusura più rapida del divario tra output effettivo e potenziale. E questa diversa evoluzione di stima tra 2 e 4 anni ha ripercussioni sul livello del saldo strutturale (depurato dagli effetti del ciclo e delle una tantum) utilizzato per le regole di bilancio. Per esempio, si legge nella nota, si può stimare che, a parità di tutto il resto, un output gap più negativo di 0,42 punti percentuali nel 2017 implicherebbe un miglioramento del livello del saldo strutturale pari a circa 0,2 punti percentuali. È tuttavia importante notare – conclude l’Upb -che la dinamica di aggiustamento del saldo strutturale nel 2017 rispetto all’anno precedente rimarrebbe molto simile nei due casi in quanto il livello del saldo strutturale migliorerebbe anche nel 2016, anche se in misura leggermente meno marcata (di poco più di 0,15 punti percentuali).

Davide Colombo
Marco Rogari

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