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Con i tassi ridotti quasi a zero il business non è più negli interessi Le partecipate domani in Consiglio

Il sentiero si stringe. Le banche italiane già spinte contro la parete dai recenti aumenti di capitale, dall’asset quality review in corso e dai prossimi stress test che dovrebbero aprire la strada, dettandone le condizioni, alla Vigilanza unica europea, si trovano da una decina di giorni a fare i conti con un altro fattore esogeno che condiziona il loro (sempre più scarno) conto economico. 
Sforbiciata
Il taglio dei tassi voluto dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi, che ha rasato dallo 0,15 allo 0,05 per cento il costo del denaro, avrà infatti un impatto non trascurabile sui conti economici delle principali banche commerciali italiane e certamente andrà a toccare tutti gli 11 istituti (più Mediobanca, Iccrea e Barclays Italia) la cui supervisione è destinata ad essere avocata a Francoforte. Gli esperti di analisi bancaria non hanno dubbi, un impatto ci sarà, sebbene oggi sia difficile determinarne l’importanza, anche perché il taglio dei tassi se andrà a toccare direttamente la voce «Margine di interesse primario» dei bilanci, produrrà anche altri effetti, stavolta positivi, sull’equilibrio economico del business creditizio. La prima osservazione che emerge è che se l’operazione voluta da Draghi porta praticamente a zero il costo del denaro è, questa, solo l’ultima sforbiciata e, fino alla vigilia, il denaro costava poco, ma solo poco, di più. I dieci basis point in meno non vanno trascurati, ma i valori ex ante non erano lontanissimi.
Effetto Euribor
«Questo taglio – sottolineano da un’importante banca di investimento – dovrebbe far scendere durevolmente i tassi interbancari. L’Euribor a 3 mesi che per un lungo periodo si era stabilizzato attorno a quota 0,20 era recentemente salito, su aspettative di un aumento dei tassi americani, fino anche a 0,35. I timori di deflazione in Italia lo hanno poi riportato attorno a quota 0,20 e oggi, dopo la manovra Draghi, è sceso ulteriormente, puntando quota 0,15». La discesa del tasso interbancario produce almeno due effetti. Uno è positivo: tutti coloro i quali sono impegnati in un mutuo, se hanno scelto il tasso variabile, pagheranno meno. Uno negativo e riguarda le banche. Gli istituti di credito hanno infatti impiegato la maggior parte della liquidità disponibile in titoli a tasso variabile, che quindi pagheranno alle banche meno interessi.
La voce «Margine di interesse» è quindi destinata a contrarsi, ed è qui che si concentrano, per ben oltre la metà, i ricavi caratteristici delle banche. Una preoccupazione in più. Parallelamente il taglio dei tassi produrrà anche un effetto vantaggioso sul fronte del funding, ovvero della provvista di denaro. Le banche raccolgono capitali o dalla clientela o sui mercati. Più sono grandi, più raccolgono sui mercati. E saranno proprio queste banche a beneficiare maggiormente della manovra Draghi, perché il costo del loro funding , direttamente correlato ai tassi di interesse, è destinato a scendere. Pagheranno meno, insomma. Così, se da un lato ci sarà un riprezzamento al ribasso dell’attivo, questo potrà, in alcuni casi, essere controbilanciato da un minor costo del funding . Almeno per quelle banche che si approvvigionano in maniera consistente sui mercati. Il taglio dei tassi produce anche altri effetti: qualche preoccupazione in più per i risparmiatori, che si vedono diminuire le scelte di investimento e un minor costo medio dei conti correnti: la Banca d’Italia ha recentemente rilevato la discesa di questi costi dallo 0,86 allo 0,83 per cento.
Tendenze
La tendenza appare comunque chiaramente delineata. «Le banche italiane – dice il responsabile degli investimenti di un istituto estero – si trovano a fare i conti con lo smottamento degli attivi e quindi con la riduzione dei loro margini. Sui bilanci potrà anche riverberarsi un effetto benefico sul fronte della raccolta, ma lo smottamento è ineludibile. Con i tassi ai minimi il mark down si assottiglia e oggi sulla raccolta da clientela è tendente a zero. Così le banche si trovano a confrontarsi con una marginalità che è zero prima di considerare i costi. Una via senza uscita se non cambia qualcosa». E il cambiamento per ora è solo nelle voci d’entrata. Soprattutto, nei primi sei mesi del 2014, le banche italiane hanno sistemato i bilanci grazie al trading , sfruttando l’apprezzamento dei Btp, che hanno consentito a chi vendeva di realizzare ampie marginalità. Ma ora? L’unica via d’uscita, attraverso un sentiero che abbiamo visto essere sempre più stretto, è nella ripresa degli impieghi. Ma per adesso, chi si finanzia, lo fa soprattutto con effetto sostitutivo. Sono rifinanziamenti. Ma questo non basta. Il taglio dei tassi attiva un evidente stimolo psicologico, è una leva politica non di poco conto. Ma se non riparte la richiesta di credito, banche che in sei anni si sono dovute confrontare con un raddoppio del capitale richiesto (era il 6 per cento nel 2008, mentre oggi siamo al 12 per cento), sono destinate a rivedere profondamente il loro business. E non basterà neppure agire sulla leva dei costi, dal personale alla tecnologia.
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