Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Compliance, fuori luogo il veto all’interpello

Il decreto del 15 giugno 2016 stabilisce l’inammissibilità delle istanze di interpello presentate dai soggetti aderenti al regime di adempimento collaborativo nei casi in cui interferiscano con l’esercizio dei poteri accertativi, vertendo «su questioni per le quali siano state già avviate attività di controllo alla data di presentazione dell’istanza di cui il contribuente sia formalmente a conoscenza» (articolo 6, comma 1, lettera f che ricalca l’articolo 5 del Dlgs 156/2015).
L’inammissibilità appare difficilmente compatibile con lo spirito che informa l’adempimento collaborativo: si preferisce devolvere le interpretazioni potenzialmente divergenti al modello tradizionale di stampo conflittuale (verifica-accertamento-contenzioso), che è sempre fonte di incertezze operative soprattutto laddove le divergenze riguardano elementi destinati a ripetersi nel tempo. È ben vero che tali divergenze potrebbero restare anche in esito alla procedura di interpello, ma in tal caso i tempi sono maggiormente definibili, la procedura fornisce maggiori garanzia di obiettività ed è più compatibile con le misure di risk management.
Peraltro, la regola dell’inammissibilità non può non applicarsi anche al processo di interlocuzione continua informale che costituisce uno dei punti cardine della cooperative compliance, con ciò depotenziandolo significativamente.
A ben vedere, l’interrogativo è ancora più ampio: l’inammissibilità è davvero funzionale a una più efficace disciplina dei rapporti fisco-contribuente? La circolare 9/2016 afferma che si vuole «evitare che, attraverso l’attività svolta in sede di lavorazione delle istanze di interpello, il contribuente possa ottenere l’effetto di una “revisione” degli esiti delle attività che si svolgono in sede di accertamento, caratterizzati … da poteri istruttori pieni idonei a verificare anche la completezza, veridicità ed esaustività delle informazioni fornite in sede di interpello».
Se, il focus deve essere sul rapporto fisco-contribuente, l’inammissibilità appare poco ragionevole. Non si vede, infatti, perché l’eventuale risposta all’interpello non debba riverberare i propri effetti su accertamenti in corso, così evitando la formazione di pretese impositive non fondate su interpretazioni condivise all’interno della stessa amministrazione finanziaria.
Del resto, l’efficacia dei controlli fiscali sarebbe comunque preservata in quanto gli organi accertatori avrebbero sempre la possibilità di dimostrare che la fattispecie oggetto di verifica è diversa da quella proposta nell’interpello oppure che i fatti “accertati” sono diversi da quelli “rappresentati” e se del caso non sentirsi vincolati da un’interpretazione in astratto corretta ma non pertinente al caso concreto.
Verosimilmente la regola dell’inammissibilità presuppone situazioni anomale, in cui i contribuenti presentano interpelli “trappola” al solo fine di ottenere una maggiore difesa su accertamenti o contenziosi in corso. Se così fosse, la redazione della norma sarebbe condizionata da una lettura in chiave “patologica” del rapporto fisco-contribuente, che ancora una volta non appare coerente quantomeno con lo spirito della cooperative compliance.

Paolo Ludovici

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

TORINO — La produzione della 500 elettrica ferma i contratti di solidarietà nel polo torinese, tr...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non deve essere imputata la società unipersonale. Non sulla base del decreto 231. In questo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ancora al palo la corsa agli aumenti di capitale agevolati dall’articolo 26 del Dl 34/2020...

Oggi sulla stampa