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Competitività, Italia avanti piano

Il consueto appuntamento con la classifica della competitività stilata dalla Banca mondiale consegna il consueto frustrante risultato per l’Italia, da sempre invischiata un po’ nelle retrovie di questa graduatoria, che misura quanto sia facile (o difficile) fare impresa, in particolare per le Pmi. Anche quest’anno l’Italia fa passi avanti e si arrampica dal 73° al 65° posto su 189 Paesi considerati, a un’icollatura da Saint Lucia, un’isoletta delle Antille, e dalla Bielorussia. La posizione guadagnata resta tuttavia poco consona alla terza economia dell’Eurozona e nona al mondo. Secondo il report «Doing business 2014», fare impresa sarebbe più semplice addirittura in Botswana (56° posto), in Tunisia (51°), in Armenia (37°). Il Rwanda, forte del suo 32° posto, si piazza davanti anche a Belgio (36°), Francia (38° posto) e Spagna (52°).
Insomma, la classifica può pure suonare come un giudizio un po’ impietoso e almeno in parte sorprendente, ma resta il fatto che, eccetto i Bric (Brasile, Russia, India e Cina – che ancora un po’ di strada sul cammino della modernizzazione e delle liberalizzazioni la devono fare), nessun Paese avanzato sta dietro all’Italia in questa classifica.
Da un anno all’altro, il Paese si è visto superare dal Brunei, ma a sua volta è riuscito a scavalcare Romania, Turchia, Kyrgyzistan, Trinidad e Tobago, Repubblica dominicana, Azerbaijan, Repubblica Ceca, Ghana e Antigua. Come ha fatto? Il report elenca interventi in tre campi: i passaggi di proprietà, l’efficacia dei contratti e la gestione dei fallimenti. Nel primo ambito, l’eliminazione dell’obbligo di presentare un attestato dell’efficienza energetica per gli edifici commerciali sprovvisti di impianti di riscaldamento avrebbe reso più semplice venderli e comprarli. L’efficacia dei contratti è a sua volta migliorata grazie alle riforme sulle tariffe degli avvocati e all’informatizzazione di alcune procedure dei tribunali. Le modifiche alla disciplina della bancarotta hanno infine semplificato la gestione delle procedure fallimentari.
Aprire un’impresa è invece sempre più un’impresa, appunto. Secondo la Banca mondiale, in Italia, servono sei giorni e sei procedure, fattori che contribuiscono a relegare il Paese al 90° posto. La voce “pagare le tasse”, come il report battezza un altro dei dieci indicatori considerati, vede l’Italia addirittura al 138° posto: per versare le imposte sugli utili, sui consumi e i contributi sociali e previdenziali, un’azienda impiega in media 269 ore all’anno, con un prelievo complessivo pari al 65,8% dei profitti.
Il rapporto diffuso oggi (e anticipato ieri alla stampa) è l’11° della serie (quest’anno debuttano Libia, Myanmar, San Marino e Sud Sudan). L’obiettivo, più che stilare una classifica, è incentivare i Governi a liberalizzare e semplificare le loro economie in modo da sostenere l’attività delle aziende, in particolare le Pmi, fondamentali per la tenuta e la crescita dell’occupazione. Uno dei risultati più enfatizzati nel report è il fatto che le economie più povere hanno migliorato l’habitat delle imprese a tassi doppi rispetto alle economie avanzate.
Il posto ideale per aprire un’attività resta comunque Singapore, che domina da otto anni, seguita da Hong Kong e Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti sono quarti, davanti alla prima tra le economie europee in classifica, la Danimarca. Nessun Paese dell’euro entra nella top ten: bisogna scendere fino al 12° posto della Finlandia. Tra il 2012 e il 2013 (i dati offrono una fotografia della situazione fino a giugno), 114 Paesi hanno varato 238 riforme per facilitare la vita alle imprese. Tra questi si segnalano Ucraina, Rwanda, Russia, Filippine e Kosovo.

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