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Compenso ridotto al professionista

L’incarico svolto solo in parte per una società poi fallita taglia il credito prededucibile
Se il professionista ha eseguito solo in parte la prestazione richiesta, il compenso che gli spetta non può corrispondere a quello indicato nella lettera di incarico ma va rideterminato nella minor somma più congrua rispetto alle attività svolte. Sicché il suo credito dovrà essere ammesso in prededuzione e con il privilegio nella procedura fallimentare ma solo per la parte corrispondente alla prestazione eseguita.
Questo emerge dal decreto del Tribunale di Monza del 26 ottobre 2016 (presidente Mariconda, relatore Nardecchia).
Il provvedimento decideva sul reclamo di un commercialista incaricato da una società, che voleva accedere al concordato preventivo, di redigere una relazione in base all’articolo 161 della legge fallimentare che attestasse la veridicità dei dati aziendali e la fattibilità del piano.
La società tuttavia era stata poi dichiarata fallita e il professionista aveva formulato domanda di insinuazione al passivo per l’intero importo fissato come suo compenso nella lettera di incarico.
Il curatore fallimentare aveva evidenziato al giudice delegato che il commercialista non aveva prodotto una relazione con giudizio negativo ma aveva esposto in sintesi i motivi che impedivano il rilascio di un’attestazione positiva; poiché l’incarico conferito non quantificava gli onorari che sarebbero maturati in caso di impossibilità di rilascio dell’attestazione, il giudice delegato gli aveva riconosciuto un compenso pari a circa il 64% di quello originariamente fissato e ora preteso dal professionista.
Contro il decreto di ammissione parziale, il professionista aveva proposto reclamo al tribunale.
Secondo il creditore, era fuori luogo pretendere di condizionare il suo compenso a una relazione organica in assenza di requisiti per redigerla, proprio perché l’assenza di condizioni da attestare escluderebbe di per sè la possibilità di stendere quel documento.
I giudici di Monza però hanno confermato sul punto il provvedimento impugnato e hanno colto l’occasione per fissare alcuni principi sulla determinazione degli onorari ai professionisti incaricati degli adempimenti previsti dall’articolo 161 della legge fallimentare.
Secondo quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 17079 del 12 agosto 2016, il professionista deve porre i creditori nelle condizioni di esprimere un consenso informato sul piano di concordato preventivo; pertanto è necessario che non solo verifichi, valuti e attesti, ma anche riferisca le sue fonti conoscitive e descriva i controlli specificatamente effettuati per giungere alle proprie conclusioni. Né si può limitare a recepire i dati dalla società debitrice senza fornire elementi di giudizio idonei alla valutazione dell’effettiva realizzabilità dei crediti.
L’attestazione quindi richiede un’attività di due diligence e revisione e non si può esaurire in un giudizio sulle informazioni fornite dall’organo amministrativo della società.
Nel caso esaminato dal Tribunale di Monza, il commercialista si era espresso sulla non fattibilità del piano, in base a un’analisi preliminare di dati contabili macroscopici, senza dimostrare di avere effettuato un esame analitico dei dati forniti dagli advisor e senza esplicitare le metodologie applicate per arrivare al giudizio negativo.
Il professionista avrebbe dovuto verificare la reale consistenza del patrimonio aziendale, esaminando e vagliando gli elementi che lo compongono; avrebbe dovuto indicare come aveva accertato l’inesistenza o la non corretta valorizzazione dei beni materiali e immateriali, l’inesistenza o la concreta inesigibilità dei crediti vantati, se relativi a debitori non solvibili; avrebbe dovuto quantificare specificamente le passività, se risultanti in contabilità o se desumibili da informazioni fornite da banche, fornitori o altri soggetti.
Il tribunale ha quindi ritenuto infondata l’affermazione del commercialista reclamante, secondo il quale né l’articolo 161 della legge fallimentare, né altre disposizioni di legge stabiliscono la forma e i contenuti minimi della relazione negativa. E ha concluso che un mero giudizio negativo sulla fattibilità e quindi sull’attestabilità del piano, senza la predisposizione di una relazione, costituisce parziale esecuzione dell’incarico.

Giovanbattista Tona

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