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Compensi, deducibilità in bilico

Le società di capitali devono porre particolare attenzione, in sede di Unico 2015, alle condizioni stabilite dalla Corte di cassazione per la deducibilità dei compensi spettanti agli amministratori e, in particolare, alla presenza di una specifica delibera assembleare, ritenuta necessaria al fine di attribuire certezza alla spesa. 
La Suprema corte ha infatti affermato – nelle sentenze 17673/2013, 20265/2013, 5349/2014 e 13844/2014 – che i compensi attribuiti agli amministratori sono deducibili, se non sono stabiliti nello statuto, soltanto se è stata adottata una specifica delibera dell’assemblea dei soci al riguardo, come richiesto dall’articolo 2389, primo comma del Codice civile (norma ritenuta imperativa e inderogabile). È stata richiamata a tal fine la sentenza delle Sezioni unite 21933/2008 secondo la quale, in assenza di tali requisiti, le somme che l’amministratore si “attribuisce” vanno considerate alla stregua di un debito dello stesso nei confronti della società.
In pratica, gli amministratori non possono determinare autonomamente il proprio compenso e ottenere successivamente la ratifica dei soci in occasione dell’approvazione del bilancio nel quale è stata inserita l’apposita voce di spesa. Anche numerose commissioni di merito hanno sancito la indeducibilità dei compensi in esame (si vedano le sentenze: Ctp Trento 21/2013, Ctp Alessandria 86/2011, Ctp Torino 37/2011, Ctp Reggio Emilia 186/2010, Ctr Lazio 176/2009, Ctp Firenze 296/1997).
La rilevanza solo civilistica 
Non sono, peraltro, mancate decisioni di merito (si veda la grafica a fianco) che si sono espresse, invece, a favore della rilevanza solo civilistica e non fiscale della normativa in materia di delibere assembleari. In dottrina è stato, inoltre, sostenuto che il riferimento, contenuto nell’articolo 95, comma 5, del Tuir, ai compensi “spettanti” andrebbe inteso come “maturati” nel corso dell’esercizio mediante lo svolgimento dell’attività da parte degli amministratori e che ai fini della deducibilità rileverebbe, a norma dell’articolo 83 del Tuir, la sola iscrizione nel conto economico.
Le “ragioni” della Cassazione
In realtà la Suprema corte ha ritenuto che, in considerazione del principio sancito dalle Sezioni unite, la spesa per i compensi agli amministratori non possa considerarsi deducibile «in difetto dei requisiti di certezza e di inerenza» (così la sentenza 17673/2013), mancando l’obbligatorietà giuridica della loro corresponsione. È vero che agli amministratori deve essere attribuito il compenso spettante per l’attività legittimamente ed effettivamente svolta (come più volte affermato dalla stessa Cassazione) ma in assenza di una pronuncia del giudice in merito (nonché di una esplicita previsione statutaria o di una specifica delibera assembleare) l’attribuzione del compenso non è stata ritenuta certa, dovendo lo stesso, se già percepito, essere restituito alla società.
Una conferma è rinvenibile nel riferimento (nelle sentenze 20265/2013 e 5349/2014) alla necessità che la delibera assembleare sia preventiva, che sembrerebbe impedire di sanare la sua assenza mediante una delibera successiva che ratifichi a posteriori la auto-liquidazione del compenso da parte dell’amministratore. In tal caso il compenso sembrerebbe, quindi, deducibile soltanto se nuovamente corrisposto dopo l’adozione della stessa, previa, evidentemente, la restituzione delle somme indebitamente percepite in precedenza.
Le difficoltà del meccanismo
Si tratta, indubbiamente, di un meccanismo farraginoso e complesso, che finisce per penalizzare soprattutto i casi nei quali non sussistono situazioni conflittuali tra società e amministratore ma semplicemente ci si dimentica di adottare per tempo la specifica delibera in questione. Non si dovrebbero, peraltro, verificare, nella maggior parte dei casi, arbitraggi fiscali, perché se viene disconosciuta la deducibilità del compenso corrisposto all’amministratore quest’ultimo non può essere assoggettato, nella stessa misura, a imposizione in capo allo stesso, al fine di evitare ingiustificate duplicazioni impositive. Inoltre le aliquote applicabili ai redditi degli amministratori sono, di regola, superiori a quelle relative ai redditi delle società e dovrebbero, quindi, essere eventualmente contestati dall’Agenzia delle entrate i soli casi in cui il carico impositivo gravante sui detti amministratori risulti inferiore alle imposte “risparmiate” dalla società attraverso la deduzione dei compensi.
È comunque opportuno che le società regolamentino con attenzione e tempestività, nello statuto e/o nelle delibere assembleari, la spettanza e l’importo dei compensi attribuiti agli amministratori, che possono anche variare nel corso degli anni.

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